I CARRI ARMATI POLACCHI A PIEDIMONTE SAN GERMANO (20-25 maggio 1944)
Data: 21-07-2007Autore: ALBERTO TURINETTI DI PRIEROCategorie: Le battaglieTag: #maggio 1944, diadem-op, linea-senger-riegel, pantherturm, piedimonte-san-germano, polonia, tank

I CARRI ARMATI POLACCHI A PIEDIMONTE SAN GERMANO.
20-25 maggio 1944.

Premessa

Molti storici che si sono dedicati alle battaglie per Cassino o alle sorti dell’Abbazia fermano i loro studi alla data del 18 maggio 1944, quando i primi soldati polacchi fecero il loro ingresso nel Monastero; altri invece hanno dedicato i loro lavori all’offensiva sul Garigliano e nella Valle del Liri, destinando però solo poche righe ai combattimenti sostenuti dal 2° Corpo polacco davanti alla Linea Senger.
Questo breve saggio non va considerato come un’opera esaustiva, perché la storia di quella vera e propria battaglia, che si svolse dal 20 al 24 maggio 1944 per il possesso del paese di Piedimonte San Germano, è tuttora avvolta da incertezze e misteri, mai del tutto chiariti dalle scarne fonti storiche che la riguardano.

Antefatto

Soltanto nel pomeriggio del 17 maggio 1944, i comandi tedeschi si resero conto della profondità dello sfondamento della Linea Gustav da parte del Corps Expéditionnaire Français sui Monti Aurunci e delle truppe americane del II Corpo che avevano raggiunto una linea ad Est di Formia ed a 2 chilometri ad Est di Itri. Nella Valle del Liri le truppe dell’8a Armata britannica erano riuscite ad occupare defintivamente le rovine della città di Cassino ed a superare il corso del Gari.
Alla sera, il comando della 10a Armata emanò l’ordine di ritirata sulla nuova linea di difesa, che per i Tedeschi fu sempre la “Linea Senger” e per gli Alleati la “Linea Hitler”.
Nella notte fra il 17 ed il 18, la 1a divisione paracadutisti aveva così abbandonato le proprie posizioni a Montecassino e nel corso della giornata del 18, anche quanto rimaneva del II battaglione del reggimento Gebirgsjäger 100 ed il plotone pionieri del IV battaglione Hochgebirgsjäger, schierati a nord della Masseria Albaneta, ultimarono il loro ripiegamento verso Villa Santa Lucia. [1]

In quel 18 maggio 1944, i reparti polacchi del 2° Corpo, sfiniti dai combattimenti sostenuti, erano intenti a riorganizzarsi; dopo l’occupazione del Monastero, in un paesaggio da inferno dantesco, i soldati passarono quel giorno a rastrellare il terreno, dove qualche sparuto ed isolato gruppo di tedeschi resisteva ancora, a recuperare morti e feriti dal campo di battaglia ed ad aprirsi varchi nei campi minati.
Soltanto alla sera fu possibile, dopo aver preso contatto con la 78a divisione di fanteria britannica, stabilire che se i Tedeschi avevano totalmente abbandonato il campo attorno all’Abbazia, conservavano però saldamente il possesso della cima di Pizzo Corno (quota 945) ed il Monte Cairo (quota 1.669). All’imbrunire pattuglie di fanteria entrarono nell’abitato di Villa Santa Lucia, prendendo atto che anche quel paese era sgombro da reparti nemici. [2]

Il piano alleato

Superato il fiume Gari, le avanguardie dell’8ª divisione indiana, che era rientrata in linea alla mezzanotte del 19, erano avanzate fino alla linea ferroviaria per Roma con la 21ª brigata, incontrando una scarsa resistenza nemica ed attestandosi all’altezza della stazione di Piedimonte San Germano e del bivio della strada che dalla Casilina sale a Piedimonte.
La 78a divisione britannica, malgrado il rinforzo di un reggimento blindato canadese, non era riuscita a forzare la posizione di Aquino e la 1a divisione di fanteria canadese era arrivata alla sera del 18 a meno di 1.500 metri dalla strada Aquino-Pontecorvo. In entrambi i casi però, il primo approccio alla Linea Senger si era risolto con uno smacco, costato pesanti perdite.
Il generale Leese stimò che l’8a Armata avrebbe avuto più interesse a preparare una nuova operazione che lanciarsi sconsideratamente all’assalto delle difese nemiche.
Il 18 maggio, il generale Alexander riassunse le prossime mosse in una lettera al primo ministro inglese:

... Ho ordinato all’8a Armata di usare l’estrema energia nello sfondare la Linea Hitler nella Valle del Liri prima che i Tedeschi abbiano il tempo di impiantarvisi. Ho anche stabilito – directed - che i Polacchi esercitino da subito una pressione su Piedimonte in modo da aggirare la Linea da Nord. Ho indicato al Corpo francese, dopo la cattura di Pico, di girare verso Nord per prendere alle spalle il nemico che fronteggia l’8a Armata.” [3]

L’idea del generale Alexander era quindi quella di sfondare - break thgrough - la linea tedesca nella Valle del Liri e di chiedere ai Polacchi di esercitare una pressione a Piedimonte così da aggirare la Linea da Nord - “press on at once in Piedimonte so as to turn this Line from the North.”
Quali furono gli ordini conseguenti emanati dal comando dell’8a Armata?
Il generale Leese, in una conversazione con il generale Anders, avvenuta al mattino del 19, si era limitato ad indicare che la futura linea d’azione polacca sarebbe stata la direttrice Piedimonte-Castrocielo. [4]
Una più chiara richiesta d’intervento arrivò al comando del generale Anders soltanto alle 17,30 del 19 maggio. Il generale Leese ordinò di:

prendere contatto con la Linea Hitler a Nord della Statale n. 6 e sviluppare un’operazione con l’obbiettivo di aggirarla da Nord. [5]

Il generale Anders nelle sue memorie scrive di un ordine, emanato sicuramente dal comando del 2° Corpo, nel quale spicca la frase:

catturare Piedimonte e proteggere il fianco destro del XIII Corpo d’Armata (britannico n.d.r.), Villa Santa Lucia-Piedimonte. [6]

Però durante un incontro, avvenuto il 20, il generale Alexander riassunse la sua richiesta in tre punti: voleva che i Polacchi fossero in costante contatto con le linee tedesche mediante pattuglie per dare al nemico l’impressione di un attacco imminente e, nel caso che i Tedeschi si fossero ritirati, bisognava impegnarli fino a Castrocielo. [7]
Ci fu quindi una serie di malintesi ed equivoci fra i massimi vertici dei comandi?
La contemporanea azione verso Pizzo Corno, che finì per impegnare reparti che sarebbero stati tanto necessari a Piedimonte, fu un’iniziativa solo polacca?

In ogni caso per far fronte alla richiesta ed a causa delle forti perdite subite attorno a Monte Cassino, il generale Anders non ebbe molte alternative. Al comando del 2° Corpo fu deciso di far scendere in campo l’unica unità di riserva non ancora utilizzata, il 6° reggimento corazzato “Dzieci Lwowskich”, al comando del tenente colonnello Henryk Swietlicki. [8]
Fu invece impossibile, a causa delle perdite subite e della stanchezza degli uomini, trovare un reparto organico di fanteria per appoggiare l’attacco dei carri. Si dovette ricorrere ad un reparto di formazione composto da 120 uomini del XVIII battaglione fucilieri della 5a divisione Kresowa, da 60 uomini della compagnia di difesa dello Stato Maggiore del 2° Corpo e da un plotone del X battaglione zappatori. Nelle prime fasi, l’azione sarebbe stata sostenuta da una “divisione” del 9° reggimento artiglieria da campagna e dalla 7a batteria della 2a divisione del 7° reggimento artiglieria controcarro. [9]
Nulla si sapeva sulla consistenza delle difese tedesche e della loro disposizione, perché soltanto nel corso della giornata del 19, le pattuglie che operavano dalla zona di Villa Santa Lucia, trovarono che il paese di Piedimonte San Germano e le alture che lo sovrastano erano ancora occupati, senza però riconoscere la reale entità delle difese. [10]

Il paese di Piedimonte San Germano e la Linea Senger

Tra il 18 e il 19 maggio, i Tedeschi completarono dunque la loro ritirata sulla Linea Senger che facendo perno sulla cima di Pizzo Corno (quota 945), dove si congiungeva alla Linea Gustav, scendeva lungo le falde di Monte Cairo a Nord-Ovest dell’abitato di Villa Santa Lucia fino al paese di Piedimonte San Germano, per poi tagliare la Valle del Liri davanti agli abitati di Aquino e di Pontecorvo. [11]
Nel settore di Piedimonte in particolare, la sistemazione difensiva correva lungo le pendici meridionali di Pizzo Corno, risalendo il costone di quota 553 e raccordandosi da lì all’abitato, fortemente organizzato a difesa. L’andamento della linea seguiva poi le pendici del dosso di quota 546, fino a Capo d’Acqua, continuando verso il basso, fino all’incrocio tra la strada proveniente da Aquino e la Via Casilina.
I lavori difensivi sulle pendici delle quota 553, attorno e nell’abitato di Piedimonte, che si trova ad una quota media di circa 210 metri, erano analoghi a quelli eseguiti nella zona Colle S. Angelo-Abbazia: postazioni in barbetta e in caverna, ricoveri in caverna, largo impiego di mine antiuomo.
Più a valle, dove termina il terreno roccioso e piccoli dossi di terreno alluvionale dominano la zona pianeggiante, erano state poste numerose armi automatiche e pezzi controcarro, che dominavano l’antistante zona verso la Via Casilina.
Alcune delle postazioni per armi automatiche erano del tipo a casamatta d’acciaio quasi completamente interrata, mentre i ricoveri erano costituiti da elementi d’acciaio riuniti e sistemati in scavi che li defilavano alla vista ed al tiro. Tre delle postazioni per pezzi anticarro erano torrette di carri “Pantera” con relativo cannone, sistemate su un’installazione fissa d’acciaio a forma di cassone, quasi completamente interrata. [12]
L’insieme delle postazioni fisse era difeso da numerose mine anticarro a pressione e da mine antiuomo, a strappo o a pressione, sparse pressoché ovunque.
Nella stessa Piedimonte, già fortemente lesionata dai bombardamenti alleati, erano state predisposte postazioni per mitragliatrici nelle case lungo il perimetro del paese, chiuso da un possente muraglione, ed erano stati ricavati dei ricoveri nelle cantine; inoltre erano stati minati almeno quattro settori della strada che contorna il paese.
Tutto il complesso di difesa era stato accuratamente mascherato.
Il problema per i Tedeschi non era certamente il terreno, perfettamente scelto e preparato, ma come presidiarlo. I reparti della 1a divisione paracadutisti erano ormai provatissimi e nella giornata del 19 i comandi ebbero il loro da fare nel riorganizzarli, con quel poco che restava di uomini validi. Il comando del LI Corpo da montagna fece affluire a Piedimonte una compagnia del 132° reggimento della 44a divisione di fanteria, proveniente dalla zona di Terelle, mentre le armi controcarro, comprese le torrette dei “Pantera”, erano manovrate da paracadutisti della 2a compagnia del Panzerjäger-Abteilung 1. Più a Nord, alla quota 553, la difesa era affidata ad una compagnia del Hochgebirgsjäger-Bataillon 4, che si collegava alle posizioni di Pizzo Corno.

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Il gruppo da combattimento “Bob” - 19 maggio 1944

Il 6° reggimento durante la battaglia di Montecassino si trovava nelle retrovie, tra Venafro ed il paese di Cioriano. Il comando ricevette l’ordine di mettersi in movimento verso San Vittore, dove il reggimento arrivò alle 16.45 del 19. Poco dopo le 23, il tenente colonnello Swietlicki fu chiamato dal generale Rakowski, comandante della 2ª brigata corazzata, e ci fu una riunione, terminata alle 2.00 del 20 maggio, nella quale fu messa a punto l’operazione,
Dopo il suo ritorno al reggimento, il tenente colonnello convocò i comandanti degli squadroni e comunicò come data probabile per l’attacco a Piedimonte quella del 21 maggio, dando però l’ordine di portarsi immediatamente ad 1 km. ad Est di Cassino.

Durante la marcia il tenente colonnello Swietlicki ricevette l’ordine di concentrare il reggimento nei pressi del monastero di Santa Scolastica, ai piedi del monte dell’Abbazia, dove la colonna giunse verso le 10 del 20 maggio. I reparti si mossero di notte tra mille difficoltà dovute all’impossibilità di attraversare le rovine della città ed all’intasamento delle strade, tanto che l’itinerario fu continuamente cambiato lungo vie secondarie a causa dell’ammassarsi nelle vie principali di mezzi corazzati e veicoli di tutti i generi. [13]

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Il piano di attacco, velocemente elaborato, prevedeva innanzi tutto che l’operazione sarebbe stata posta agli ordini del tenente colonnello Wladyslaw Bobinski, vice comandante della 2a brigata corazzata, che assunse il comando di quello che fu chiamato “Gruppo Bob”.
Essa si sarebbe svolta con una puntata di due squadroni di carri, I e II, verso il rettilineo che sale dall’incrocio con la Casilina al paese di Piedimonte, superato il quale, avrebbero dovuto aggirare l’abitato da Sud-Est, mentre la fanteria, agli ordini del maggiore Mazurkiewiecz, comandante del XVIII battaglione, avrebbe attaccato le posizioni tedesche da Nord-Ovest.
Furono presi contatti con il comando dell’8a divisione indiana, schierata a Sud della Via Casilina con la 21a brigata in testa, e fu convenuto che l’attacco sarebbe iniziato contemporaneamente a quello del V battaglione del Royal West Kent Regiment, il cui compito era di occupare due quote che dominavano il bivio della strada per Piedimonte, in appoggio ai carri polacchi. [14]
Si manifestarono però immediatamente grandi difficoltà nel mantenere i contatti, radio e telefonici, non solo tra il comando del “Gruppo Bob”, la fanteria polacca e quella inglese, ma anche con la stessa artiglieria.

Il primo attacco: 20 maggio 1944

La presenza dei Polacchi attorno al monastero di Santa Scolastica certamente non sfuggì agli osservatori tedeschi, ma il mattino del 20 l’artiglieria germanica, già schierata sulle nuove posizioni dietro alla Linea Senger, nel settore mantenne il più assoluto silenzio.
Questo fatto fu interpretato dal tenente colonnello Bobinski come se i Tedeschi avessero abbandonato la zona e probabilmente questa spiegazione fu involontariamente avvalorata dalle informazioni pervenute dalla 21a brigata indiana, che non aveva trovato ostacoli nella sua avanzata fino alla località di Pralomagno, al bivio della strada per Piedimonte. [15]
Fu quindi deciso di attaccare decisamente gli obbiettivi stabiliti, senza attendere che fossero resi disponibili i rinforzi di artiglieria e senza attendere che fosse completata la rete di comunicazioni. [16]
Alle 15 aprirono il fuoco le sole batterie del 9° reggimento già presenti vicino a Santa Scolastica, alle quali si unirono i pezzi dei carri, che consumarono così preziose munizioni; dopo un solo quarto d’ora, i due squadroni presero ad avanzare, divisi per plotoni.
Alla stessa ora si mossero in avanti tre compagnie del Royal West Kent Regiment, che puntarono verso le due postazioni nemiche a Nord della Via Casilina, ma in quel momento si scatenò un improvviso e violentissimo bombardamento dell’artiglieria tedesca, che prese di mira sia i carri che stavano avanzando, sia la fanteria inglese allo scoperto.
Più a Nord, il già scarso battaglione di formazione fu diviso in due gruppi: uno, più numeroso, puntò verso il paese, il secondo verso la quota 553.

Nonostante il nutrito tiro di sbarramento dell’artiglieria avversaria, il II squadrone, al comando del capitano Stanislaw Ezman, avanzò parallelamente alla Casilina verso il primo obbiettivo, la quota 107, per poi impadronirsi del terreno a Sud di Fontana Coperta; il I squadrone, agli ordini del tenente Adolf Jadwisiak, avanzò sul lato destro del II, puntando anch’esso verso il rettilineo della strada per Piedimonte per poi superarlo ed aggirare il paese da Sud-Ovest. I Tank Destroyers del 7° reggimento artiglieria controcarro avanzarono sull’ala destra del I squadrone con il compito di distruggere le postazioni fisse. [17]
Alle 16,30 il capitano Ezman comunicò di essere arrivato all’altezza dell’incrocio della strada di Piedimonte e di trovarsi in una posizione particolarmente pericolosa e sfavorevole.
Infatti la fanteria inglese, che aveva subito ingenti perdite, si era fermata; i Kentish, dopo aver perso tutti gli ufficiali di una delle tre compagnie, ricevettero l’ordine dal proprio comando di retrocedere e trovare dei ripari. [18]
Non esistendo nessuna comunicazione diretta fra il II squadrone ed il battaglione inglese, il capitano Ezman trasmise al reggimento che non poteva più a lungo sostare sulle posizioni raggiunte a causa del sempre più preciso fuoco dell’artiglieria tedesca, decidendo, d’accordo con il tenente colonnello Bobinski, di avanzare ancora, senza attendere la fanteria inglese.

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Superato di qualche decina di metri l’incrocio della Casilina, il primo carro fu colpito da una granata da 75, mentre una seconda centrò in pieno il carro del capitano Ezman; due componenti dell’equipaggio del primo carro si salvarono, mentre del secondo morirono tutti, compreso il valoroso comandante dello squadrone. Un terzo carro cadde nella buca di una granata che gli era scoppiata proprio davanti, senza più riuscire a disimpegnarsi.

Il comando fu assunto dal tenente Masztak che ordinò agli equipaggi superstiti di defilarsi dietro il dosso del rettilineo e di continuare a sparare contro le posizioni nemiche; pervenne l’ordine di sostare sulle posizioni raggiunte, mantenendo il controllo della zona, mentre ad un plotone fu richiesto di avanzare lungo la Casilina per raggiungere i bordi dell’aeroporto di Aquino al fine di verificare fin dove si fossero spinti gli Inglesi della 78a divisione. Ma appena il primo carro si mosse in avanti fu colpito e distrutto, e l’ordine fu ritirato.
Il I squadrone aveva raggiunto la quota 115 senza particolari intoppi, fermandosi fino alle 17.30, in attesa dello sviluppo dell’azione del II. Il tenente Jadwisiak ricevette allora l’ordine di far avanzare il 3° plotone attraverso i campi verso Piedimonte, in appoggio alla fanteria, mentre due plotoni dovevano risalire la strada verso il paese.
Mentre il 3° plotone avanzava lentamente lungo i pendii, gli altri due dovettero constatare che la manovra era impossibile a causa delle demolizioni provocate dai tedeschi; dovettero tornare indietro ed uno dei carri si rovesciò lungo la scarpata.
I Tank Destroyers erano invece quasi subito riusciti a distruggere la prima torretta di “Pantera” ed alcune delle postazioni fisse. Vedendosi arrivare addosso anche i carri del 3° plotone, i difensori si arresero in piccoli gruppi. [19]
Più a Nord, il primo gruppo di fanteria, partito dalla quota 392, non riuscì a sorprendere le difese tedesche della quota 553; il secondo, partito dalla quota 264, riuscì invece a raggiungere la scarpata davanti al paese, ma entrambi urtarono su posizioni che si rivelarono assai più robuste del previsto e l’attacco venne sospeso all’imbrunire.
Nel tardo pomeriggio giunse a Santa Scolastica uno squadrone di formazione del 12° reggimento Ulani di Podolia: 137 uomini a bordo di 31 Bren Carrier e 5 mezzi semicingolati. Furono subito fatti avanzare e scesi dai mezzi, verso le 19, partirono all’assalto, guidati personalmente dal tenente colonnello Bobinski. In pochissimo tempo, travolte le deboli resistenze tedesche ancora rimaste sul campo, riuscirono a raggiungere le mura esterne del paese, ma a causa del buio imminente, dovettero fermarsi davanti alle rovine delle prime case.

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Al tramonto anche i fanti del Royal West Kent presero i loro obbiettivi, catturando 33 prigionieri, tutti appartenenti al 132° reggimento di fanteria [20], ma l’operazione fu sospesa perché i carri, ormai senza carburante e senza munizioni, furono fatti indietreggiare fino alla località Case Cavacece, al bivio fra la Via Casilina e la strada che sale a Villa Santa Lucia, per i rifornimenti necessari. La manovra, compiuta nell’oscurità, non provocò altre perdite, ma durò fino alle 4 del mattino.
Nella notte i Tedeschi approfittarono della relativa calma che era sopravvenuta nel paese per farvi affluire dei rinforzi. Posto agli ordini del tenente Böhlein, occupò le posizioni un gruppo da combattimento composto dai resti del I battaglione, della 14a compagnia controcarro e di un plotone del battaglione pionieri del 4° reggimento paracadutisti, al quale si aggiunsero elementi del comando della 1a divisione paracadutisti ed un plotone del Hochgebirgsjäger-Bataillon 4, per una forza di circa 250 uomini. [21]

Il secondo attacco: 21 maggio 1944

Se il comando polacco si era reso cosciente dell’entità delle difese tedesche, era comunque dell’opinione che i difensori non avrebbero potuto resistere ad un ulteriore colpo di maglio, ma, alle 6 del mattino del 21, l’artiglieria nemica rientrò in azione. Questa volta si accanì contro gli accampamenti polacchi attorno a Santa Scolastica e tra le 6 e le 7 essi furono sconvolti da un micidiale bombardamento. Lo stesso tenente colonnello Swietlicki fu gravemente ferito e fu sostituito dal maggiore Motika. Ovviamente si creò una gran confusione, ma se i danni materiali furono gravi, le perdite umane furono incredibilmente contenute.
Mentre i Polacchi subivano questo pesante ed improvviso bombardamento, i Tedeschi cercarono di sloggiare gli Inglesi dalle loro posizioni, tentando di prenderli alle spalle. La manovra fu respinta, ma i Kentish rimasero rintanati per tutto il resto del giorno sotto un violento fuoco di artiglieria e mortai. [22]

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Nonostante tutto questo pandemonio, fu elaborato un nuovo piano.
Questa volta l’attacco sarebbe stato condotto con l’obbiettivo principale di prendere d’assalto il paese, mentre una diversione verso Sud-Ovest sarebbe stata compiuta soltanto da un gruppo di carri.
L’azione principale fu assegnata al III squadrone del capitano Alfred Kuzcuk-Pilecki. Una parte dei carri ai suoi ordini doveva salire sulla strada da Sud-Est per consentire l’attacco del 12° reggimento Ulani, aiutando anche lo sforzo degli uomini del XVIII battaglione, ormai alle prime case. Un secondo gruppo, sotto il comando del tenente Michulko, doveva eseguire la manovra di diversione verso la Casilina.
Il III squadrone partì all’attacco alle 11,30 dalla Madonna della Neve sotto il fuoco di artiglieria e mortai. Il gruppo del capitano Kuzcuk-Pilecki passò davanti al “Pantera” distrutto e arrivò fino alle posizioni degli Ulani. Carri ed Ulani presero ad avanzare, ma due Sherman furono colpiti da granate dell’artiglieria pesante. I proiettili dell’artiglieria tedesca cadevano molto vicini l’uno all’altro ed alcuni carri sprofondarono nei crateri e sebbene non fossero danneggiati, non fu possibile recuperarli nelle condizioni in cui si trovavano.
Nello stesso tempo i sei Sherman del tenente Michulko, che tentavano di avanzare parallelamente alla Via Casilina, appena superato il rettilineo, si erano trovati sotto il fuoco degli anticarro nemici ed in particolare del pezzo da 75 mm. della torretta di “Pantera”, ad Ovest del paese. Tre carri del 3° plotone presero fuoco ed un quarto carro si ritirò rapidamente, andando a finire in un cratere, dove rimase immobile. I due rimanenti presero posizione lungo la strada.

Verso le 16, due carri e gli Ulani riuscirono ad entrare in Piedimonte, trovandovi un’accanita resistenza da parte dei paracadutisti tedeschi, dotati anche di armi portatili controcarro. Gli Sherman continuavano a sparare, ma era impossibile qualsiasi movimento a causa dei cumuli di macerie.
I due carri rimasero immobilizzati e da quel momento non poterono aiutare gli Ulani se non con il fuoco delle mitragliatrici. Altri tre erano caduti nei crateri, lungo la salita; tre erano rimasti immobili, a causa di danni di varia natura, all’altezza dell’ultima curva a gomito verso il paese.
Verso le 17 anche i fanti del XVIII battaglione riuscirono ad entrare nel paese, occupando la chiesa e due strade che portavano alla piazza principale, ma non fu possibile procedere oltre, sia per il fuoco dei paracadutisti tedeschi sia perché i carri superstiti erano ormai immobili.
Al calare della sera, i carri del III squadrone si fermarono su una posizione molto avanzata. La caduta di tutte le postazioni tedesche ad Ovest del paese, fra la Via Casilina ed i pendii più prossimi a Piedimonte, consentì ai genieri di aprire larghi passaggi nei campi minati e di far affluire i necessari rifornimenti di munizioni e carburante.

Nella notte fra il 21 ed il 22, i paracadutisti tedeschi cercarono di distruggere i due carri rimasti “incastrati” tra le rovine delle case e gli equipaggi dovettero difendersi a colpi di mitra, mentre gli Ulani dovettero impegnarsi in defatiganti e continue sparatorie per parare i tentativi di infiltrazione.
I resti del XVIII battaglione, completamente esausti, furono ritirati e sostituiti dalle tre scarne compagnie del V battaglione della 3a divisione dei Carpazi.

22 maggio 1944

Il mattino del 22 lo schieramento polacco era il seguente: all’entrata orientale del paese aveva preso posizione una compagnia del V battaglione; alla sua sinistra erano in attesa gli Ulani del 12° reggimento, appoggiati dal III squadrone carri; un’altra compagnia del V battaglione manteneva il contatto con il nemico sulla quota 553; il comando ed il resto del V battaglione alla quota 244 a Sud di Villa Santa Lucia; verso Villa Santa Lucia i resti del XVIII battaglione. Il comando, il I ed il II squadrone del 6° reggimento erano in attesa all’altezza di Case Cavacece. [23]

Il tenente colonnello Bobinski era ancora convinto che dopo due giorni di combattimenti pressoché continui, i Tedeschi fossero sufficientemente scossi e pensò che fosse possibile prendere finalmente il paese; decise quindi di rinnovare l’offensiva. Da Ovest dovevano avanzare il V battaglione ed il 12° Ulani, appoggiati dal III squadrone e da un gruppo del I, mentre alcuni plotoni del II dovevano aggirare il paese da Sud; una compagnia del V battaglione doveva attaccare la quota 553.
Quando tutto sembrò pronto, entrò in azione l’artiglieria tedesca che si accanì contro l’avvallamento verso Santa Lucia. Furono uccisi tre fanti e 15 furono feriti, tutti del XVIII battaglione, che stava ritirandosi. Fu però anche colpita e distrutta la radio del battaglione, essenziale per i collegamenti tra le batterie ed il comando del “Gruppo Bob”.
Il maggiore Tarkowski, al comando del V battaglione, al quale era stato affidato l’attacco, si trovò così isolato, senza aver avuto il tempo di far riconoscere il terreno; propose di sospendere l’operazione, ma il tenente colonnello Bobinski non ne volle sentir parlare, anzi l’ordine fu confermato alle 13.37 ed i carri presero ad avanzare, mentre le batterie del 9° reggimento d’artiglieria aprirono il fuoco, ma, essendo senza contatto radio, lo tennero lungo nel timore di colpire i fanti.

La 2a compagnia del V battaglione ed una parte degli Ulani iniziarono ad avanzare verso le mura ed un plotone riuscì a penetrare nell’abitato; un secondo catturò due bunker nemici ed un terzo avanzò verso l’area più meridionale di Piedimonte.
Il maggiore Tarkowski, in piedi, allo scoperto, cercò di guidare i carri del capitano Kuczuk-Pilecki: venne colpito alla testa da un solo colpo di fucile, morendo all’istante, vittima di un cecchino. [24]
Uno dopo l’altro i carri dovettero fermarsi e divennero un facile obbiettivo per l’artiglieria tedesca, che riprese ad intervenire con grande vigore. La lotta si frazionò in piccole azioni di singoli gruppi ed alcuni elementi riuscirono ad arrivare quasi fino al centro di Piedimonte, ma ne furono ricacciati dai paracadutisti.
I carri si impegnarono in una serie di tentativi furibondi, riuscendo ad aprirsi un varco lungo le due ultime curve a gomito, dove rimasero praticamente intrappolati a causa delle mine. Lo stesso capitano Kuczuk-Pilecki dovette abbandonare il proprio mezzo, ormai immobile.
Intanto i carri del II squadrone che avevano di nuovo cercato di superare il rettilineo, si ritrovarono sotto il fuoco degli anticarro tedeschi. Due colpi centrarono la torretta di un carro ed un altro venne danneggiato. Il tenente Masztak ordinò di ritirarsi, ma dovettero subire un attacco di paracadutisti tedeschi armati di panzerfaust e bombe a mano. In loro soccorso fu fatto intervenire un gruppo del I squadrone del tenente Jadwisiak, che perse un carro. La zona venne coperta con fumogeni e gli equipaggi superstiti riuscirono a salvarsi. [25]
Al calare della notte ci fu un deciso contrattacco tedesco ed un plotone polacco rimase accerchiato all’interno della chiesa, difendendosi accanitamente fin quasi al sorgere del sole, quando riuscì a disimpegnarsi ed a raggiungere il resto della compagnia. [26]
Verso le 23, i carri superstiti dovettero indietreggiare.

Nel frattempo, il generale Anders, vedendo che i tentativi di prendere Piedimonte non avevano dato i risultati attesi e non volendo rischiare perdite troppo elevate, decise di limitare le attività del “Gruppo “Bob” al controllo del terreno ed al mantenimento delle posizioni raggiunte.
Nel corso della giornata il comandante del 2° Corpo assumeva direttamente il comando delle operazioni, modificando gli ordini con le parole eseguire delle azioni di disturbo al posto di catturare.

Questa importante e tardiva modifica degli ordini era stata presa in accordo con il comando dell’8a Armata:

Mantenere un continuo contatto con il nemico, garantendo il possesso della località di Villa Santa Lucia; cercare le condizioni per sferrare un nuovo attacco contro Piedimonte e Pizzo Corno; nel caso in cui il nemico si fosse ritirato, inseguirlo verso Castrocielo. [27]

23 Maggio 1944

All’alba del 23 maggio, la situazione strategica dell’intero fronte cambiò notevolmente, quando le truppe alleate passarono decisamente all’offensiva dalla testa di ponte di Anzio.
Alle 6 del mattino, la 1a divisione di fanteria canadese era inoltre partita all’attacco su un fronte di due chilometri fra Pontecorvo ed Aquino e a mezzogiorno, malgrado le terribili perdite, i Canadesi avevano raggiunto la strada fra Pontecorvo ed Aquino, superando di fatto la Linea Senger.
Più a Sud gli Americani dell’85a divisione di fanteria riuscivano ad aver ragione degli ultimi difensori di Terracina, puntando decisamente verso Anzio, mentre l’88a divisione di fanteria entrava in Roccasecca dei Volsci, facilitando in modo sostanziale l’avanzata del Corpo francese, in quel momento indirizzata verso Ceprano per tagliare ogni via di ritirata alle truppe tedesche nella Valle del Liri.

Alle 9 del mattino di quella giornata, il capitano Kuczuk-Pilecki decise - probabilmente di propria iniziativa - di tentare ancora una volta, risalendo l’ultimo tratto di strada.
Preso posto sul carro del sottotenente Kromp, alla testa della colonna dei carri superstiti del III squadrone, avanzò per primo, seguito dal carro del maresciallo Wasjak. Quest’ultimo, a non più di 200 metri dall’ingresso del paese, venne affrontato da un paracadutista tedesco che, prima di essere ucciso, riuscì a tirare una bomba controcarro, che colpì il mezzo ad un cingolo che si srotolò, immobilizzandolo e bloccando così la carreggiata, l’unico passaggio disponibile.
Il capitano chiamò per radio un altro equipaggio, chiedendo di trainare il carro danneggiato, ma la manovra fu resa impossibile dal tiro avversario. Allora ordinò agli altri carri di retrocedere e cercare un’altra via, ma l’artiglieria tedesca intervenne sparando granate incendiarie, obbligando i carristi a chiudersi dentro i loro mezzi e rendendo così le manovre molto difficoltose.
Il capitano Kuzcuk ed il suo equipaggio, con l’aiuto di granate fumogene, riuscirono a lasciare il loro mezzo ormai troppo esposto e che, retrocedendo, era finito pericolosamente in bilico sul bordo della strada; in quel momento l’altro carro che aveva tentato di trainare il mezzo danneggiato, rotolò giù nella scarpata.
I membri degli altri due equipaggi si precipitarono lungo la ripida discesa per soccorrere i malcapitati, ma una granata esplose proprio in mezzo al gruppo. Quando il fumo si diradò il corpo del capitano Kuczuk-Pilecki giaceva a terra immobile, sfigurato dalle schegge; di fianco, il carrista Maczenauer, gravemente ferito, moriva pochi minuti dopo. [28]

Alla sera di quel 23 maggio, agli osservatori tedeschi di Monte Cairo, che i Polacchi chiamavano Polifemo, appariva la visione di ben 12 carri armati fermi ed ammassati lungo l’ultimo tratto della strada. Alcuni erano stati irrimediabilmente distrutti dai colpi d’artiglieria o dalle mine; altri, apparentemente intatti, erano danneggiati in modo tale da non poter più essere utilizzati, altri ancora apparivano rovesciati o inclinati lungo le scarpate o nei crateri delle bombe. Altri sei, anch’essi immobili, erano visibili più in basso, nei campi lungo i pendii che salgono al paese da Sud-Est. [29]

Nella notte i Tedeschi eseguirono improvvise puntate su diverse direttrici, dalla quota 553, da Piedimonte e da Fontana Coperta, ma furono respinti dal fuoco concentrato dei carri e dell’artiglieria.

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24 maggio 1944

Con una tenacia degna di miglior sorte, i Polacchi tentarono ancora una volta di superare le difese tedesche, Verso mezzogiorno, dieci carri Sherman ed un plotone di fanteria montato su Bren Carrier cercarono di aggirare il paese verso Nord-Ovest: una missione che si rivelò subito impossibile a causa del terreno e della pronta reazione tedesca.
Alla sera veniva ritirato anche il V battaglione, sostituito con il XIII ed il XV battaglione della 5a divisione Kresowa, ma nella notte furono captati diversi messaggi dei comandi tedeschi dai quali si comprese che era imminente una loro ritirata. [30]
In effetti il comando della X Armata emanava gli ordini per lo sgombero totale della Linea Senger, ormai travolta per quasi tutta la sua lunghezza, e per la formazione di una nuova linea di resistenza dalla confluenza tra il Liri ed il torrente Melfa, a Roccasecca ed a Sud di Colle Magno. [31]
L’ordine coinvolgeva i reparti della 1a divisione paracadutisti, che nella notte si eclissarono, e la compagnia del Hochgebirgsjäger Bataillon 4, che abbandonò la quota 553.

25 maggio 1944

All’alba il XIII battaglione avanzava verso la quota contesa, trovandovi una scarsa difesa e catturando un certo numero di prigionieri, mentre le prime pattuglie polacche entravano nel paese ormai vuoto e completamente distrutto.

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Il tenente colonnello Bobinski organizzò in fretta un gruppo da combattimento con uno squadrone di Sherman ed un plotone di fanteria montato su Bren-Carrier per inseguire i Tedeschi in ritirata verso il torrente Melfa, ma ogni tentativo fu frustrato dalla presenza di campi minati.

Le perdite del “Gruppo Bob” nei quattro giorni di combattimenti furono in totale di circa 50 caduti. Il 6° reggimento corazzato subì la perdita di 20 caduti (3 ufficiali) e 56 feriti (11 ufficiali).
Dei caduti ben tre ufficiali erano comandanti di squadrone o di battaglione: il capitano Stanislaw Ezman, comandante del II squadrone, caduto il 20 maggio; il maggiore Ludomir Tarkowski, comandante del V battaglione fucilieri, caduto il 22 maggio; il capitano Alfred Kuzcuk-Pilecki, comandante del III squadrone, caduto il 23 maggio.
Molto gravi furono le perdite in materiali con ben 11 carri Sherman distrutti e 17 danneggiati, pari a più del 50 per cento di quelli utilizzati nel corso della battaglia, senza contare quelli rimasti immobili nei crateri delle bombe o lungo le scarpate. La maggior parte, quasi tutti del III squadrone, andò persa negli inutili tentativi di entrare nell’abitato. [32]

Potrà sembrare incredibile, ma, quando alla mattina del 25 maggio, i soldati polacchi entrarono nel paese, si trovarono di fronte ad un gruppo di civili, sopravvissuti ai bombardamenti, alla fame ed alla sete. Essi avevano sfidato per mesi l’ordine tedesco di lasciare le case e si erano nascosti al buio nel più profondo delle cantine o nelle grotte. Usciti alla luce del sole, peraltro immediatamente soccorsi dai soldati polacchi, rimasero impietriti quando ai loro occhi si presentò la vista dei grandi cumuli di macerie, in alcuni casi addirittura sbriciolate dall’intensità dei colpi d’artiglieria: era quello che restava delle loro case e del loro paese... . [33]

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Ringraziamenti

Si ringraziano Daniele Guglielmi per le preziose informazioni fornite; la professoressa Krystyna Jaworska per la documentazione bibliografica; la baronessa Wanda Rommer Sartorio per le traduzioni dalla lingua polacca; l’avvocato Roberto Molle per la ricognizione sul terreno, il dottor Costantino Jadecola per la consueta e calorosa assistenza, il dottor Andrea De Santis per alcune delle fotografie.

Note

  1. ^ Alle 20.30, il comando della 10a Armata stabiliva che “il settore tenuto fino ad allora dal II./100 doveva essere trasferito al 132° reggimento fanteria della 44a divisione “Hoch und Deutschmeister”. Cfr. Karl Schröder, “Dort, wo der Adler haust”, Geschichte des Hochgebirgs-Bataillons 4, Eine Chronik aus den Jahren 1943-1945, s.d.,, pag. 77-89.
  2. ^ Nel corso della giornata il tenente colonnello John Mackenzie, comandante dei “Lancashire Fusiliers”, inviò da Cassino una pattuglia speciale composta da tre caporali, tutti decorati della Military Medal, a porgere i “formal compliments” della 78a divisione di fanteria britannica agli alleati polacchi. Cfr. Ken Ford, Battleaxe Division, From Africa to Italy with the 78th Division, 1942-1945, Sutton Publishing, 1999, pag. 171.
  3. ^ C.J.C. Molony, History of the Second World War, The Mediterranean and Middle East, Vol. 6, Part 1, 1st April to 4th June 1944, Her Majesty’s Stationnery Office, London, 1984, pag. 163.
  4. ^ Charles Connell, Monte Cassino, The Historic Battle, Elek Books, London, 1963, pag. 192.
  5. ^ Charles Connell, Ibidem.
  6. ^ Wladyslaw Anders, Un’Armata in esilio, Cappelli, Bologna, 1950, pag. 229.
  7. ^ Charles Connell, Op. Cit., pag. 195.
  8. ^ Il 6° reggimento corazzato era strutturato su tre squadroni, dotati di 49 carri Sherman, ed un gruppo da ricognizione con 11 carri Stuart. Il nome “Bambini di Lwow” ricordava il sacrificio degli alunni delle scuole di Lwow nei combattimenti per la difesa della loro città dal 1 al 18 novembre 1918, quando essa fu attaccata da un’armata ucraina.
  9. ^ Il termine “divisione” va qui inteso per indicare una unità tattica di due o più compagnie tratte da diversi battaglioni dello stesso reggimento, già in uso nell’Esercito austro-ungarico. I "Tank Destroyers" del 7° reggimento artiglieria controcarro erano del tipo M 10.
  10. ^ Cfr. Charles Connell, Op. Cit., pag. 192.
  11. ^ Nelle intenzioni del comando tedesco la Linea Senger da Pontecorvo avrebbe dovuto raggiungere il mare, ma in quel tratto nel maggio 1944 non erano ancora stati iniziati i lavori.
  12. ^ La prima torretta (Schmittberger) era a Sud–Est di Piedimonte, a circa 150 metri ad Est della prima curva a gomito (quota 143) per chi sale verso il paese; la seconda, quella del caporale Fries, a circa 600 metri ad Ovest della seconda curva a gomito della strada per Piedimonte: la terza (Markl) presso l’incrocio del bivio tra la Via Casilina e la strada per Aquino-Pontecorvo. Cfr. Helmut Wilhelmsmeyer, Der Krieg in Italien, 1943-1945, Leopold Stocker Verlag, Graz-Stuttgart, 1995, pag. 330. Vedi anche la carta topografica tematica eseguita a cura della 12a compagnia geografica del 2° Corpo polacco, Bitwa o Monte Cassino, Szkic N. 12, Rekonstrukcja unocnien niemeckich na Linii “Hitlera i Gustawa”, Lecie 1944, Podzialka 1:10.000.
  13. ^ Cfr. Zbigniew Lalak, Pulk 6. Pancerny “Dieci Lwowskich” w walkach o Piedimonte San Germano 19-25 maj 1944 rok Zarys dzialan Zgrupowania “Bob”.
  14. ^ Cfr. His Majesty’s Stationnary Office for the Government of India, The Tiger Triumphs, The Story of three Great Divisions in Italy, 1946, pag. 79.
  15. ^ Mancò ai Polacchi anche ogni informazione circa l’azione svolta dalla 78ª divisione di fanteria britannica davanti ad Aquino, dove, il 19, l’”Ontario Regiment”, canadese, aveva perso 13 carri nel vano tentativo di sfondare la Linea Senger.
  16. ^ Dal 20 maggio, oltre all’intero 9° reggimento d’artiglieria, i Polacchi utilizzarono contro le difese nemiche di Piedimonte anche batterie del 1°, 6° e 10° reggimento, schierate nella Valle del Rapido.
  17. ^ Cfr. Zbigniew Lalak, Op. Cit.
  18. ^ The Tiger Triumphs, Op. Cit, pag. 78. In mancanza di ufficiali, fu eletto comandante sul campo il sergente maggiore Mott.
  19. ^ Secondo le fonti polacche furono catturati 26 o 33 prigionieri, tutti appartenenti al 132° reggimento di fanteria.
  20. ^ The Tiger Triumphs, Op. Cit., pagina 78.
  21. ^ Cfr. Helmut Wilhelmsmeyer, Op. Cit., pag. 330.
  22. ^ Cfr. The Tiger Triumphs, Op. Cit. pag. 79.
  23. ^ Cfr. Komisja Historyczna Polskiego Setabu Glownego w Londynie, Polsjie Sily Zbronjne w Drugiej Wojnie Swiatowej, Tom II, Kampanie na Obczyznie, Czesc 2, Instytut Polski i Muzeum Im. Gen. Sikorskiego - Commissione di Storia dello Stato Maggiore Polacco a Londra, Le Forze Armate Polacche nella II guerra mondiale, Vol. II, Le campagne all’estero, parte II, Istituto Polacco del Museo Generale Sikorski, Londra, 1947, pag. 384.
  24. ^ Melchior Wankowicz, Bitwa o Monte Cassino, 3 voll., Wydawinic two. Oddz. Kultury i Prasy, 2 Polskiego Korpusu, Rzym, 1947, pag. 231.
  25. ^ Melchior Wankowicz, Cit., pag. 243.
  26. ^ Charles Connell, Op. Cit., pag. 195.
  27. ^ Komisja Historyczna Polskiego Setabu Glownego w Londynie, Op. Cit., pag. 385.
  28. ^ Cfr. Melchior Wankowicz, Op. Cit., pag. 269.
  29. ^ Cfr. Melchior Wankòwicz, Op. Cit., pag. 278.
  30. ^ Cfr. Charles Connell, Op. Cit., pag. 196.
  31. ^ Cfr. Karl Schroeder, “Dort, wo der Adler haust”, Op. Cit.
  32. ^ Secondo una leggenda, riportata anche da Helmut Wilhelmsmeyer ed altre fonti, il caporale Fries avrebbe distrutto da solo 7 carri polacchi il 21, 6 il 22 e 7 il 23, per un totale di 20, cosa assolutamente impossibile vista la posizione della sua torretta ed i percorsi seguiti dalla maggioranza dei carri polacchi. Soltanto una piccola parte, non più di 4 o 5 carri, poté essere colpita dalla torretta di “Pantera” del mitico “gefreiter” Fries, la cui posizione non permetteva né la visuale, né il tiro oltre la fine del rettilineo della strada per Piedimonte.
  33. ^ Cfr. Raffaele Nardoianni, Piedimonte San Germano nella voragine di Cassino, Associazione Antares, Piedimonte San Germano, 2004, pag. 65.

Bibliografia

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13/03/2006 | richieste: 8678 | ROBERTO MOLLE
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