L’attacco polacco del 12 maggio 1944 alla quota 593 nel racconto di un comandante di plotone polacco
Data: 25/09/2011Autore: ALBERTO TURINETTI DI PRIEROCategorie: Testimonianze
Tag: #maggio 1944, polonia, quota-593

L’ATTACCO POLACCO DEL 12 MAGGIO 1944 ALLA QUOTA 593 NEL RACCONTO DI UN COMANDANTE DI PLOTONE POLACCO

Premessa

Rileggere un libro dopo tanto tempo non è un semplice ripasso, ma è la gioia di poterne confrontare il racconto con quelli che sono seguiti, riscoprire dettagli dimenticati, apprezzarne quanto rimane ancora oggi di originale.

Non ricordo quando lo comprai, ma sicuramente fu uno dei primi che lessi sulle battaglie per la conquista di Montecassino, scoprendovi la sanguinosa partecipazione dei Polacchi del 2° Corpo.

Il libro, dal titolo "Monte Cassino", fu pubblicato in Gran Bretagna nel 1963 in un’unica edizione dalla casa editrice "Elek Books" e non è mai stato tradotto in italiano. Il suo autore, Charles Connell, ha probabilmente dedicato molto tempo alla sua stesura, ma, al di là del volume stesso e di altri numerosi scritti, non mi è stato possibile ritrovare una sua biografia nemmeno su Internet [1].
Il maggior pregio dell’opera, e quindi la sua principale caratteristica, è che essa è dedicata alla storia del 2° Corpo polacco ed alla sua partecipazione alla campagna d’Italia, in particolare alla battaglia conclusiva per Montecassino ed alla successiva azione su Piedimonte San Germano. La parte finale del volume è dedicata ad alcune testimonianze di ufficiali polacchi, ancora viventi in quel lontano 1963, una delle quali, raccontata dal tenente Edward Rynkiewicz, è particolarmente incisiva e vivace, riguardando l’attacco alla quota 593 dell’11-12 maggio 1944.

Non ci è sembrato un plagio proporne la traduzione, quanto più fedele possibile, pronti a ritirarne la pubblicazione nel caso in cui dovessero riapparire la casa editrice, che sembra ormai sparita, o la famiglia dell’autore stesso.

07/09/2014

Thanks to the availability of a reader of the site we can offer translation into polish language: Widziane przez dowódce plutonu

Si ringraziano la nostra lettrice Agnieszka Maria Kieszek e Robert Patryk Kieszek, autore della traduzione in lingua polacca.

Il racconto

Il tenente Edward Rynkiewicz comandava il plotone di Pionieri del 2° battaglione della 3a divisione dei Carpazi ed il suo racconto inizia il 28 aprile 1944, quando i Polacchi cominciarono a radunarsi nel settore precedentemente tenuto dalla 78a divisione britannica… [2]

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Il terreno era difficile, irregolare, cosparso di rocce e privo di una copertura naturale. Era impossibile scavare, così dovemmo improvvisare. Costruimmo ripari grossolani in ogni cavità che ci fu possibile trovare, proteggendoli con pietre, massi ed un certo numero di scatole di latta schiacciate. Per proteggerci dal sole usammo le nostre coperte di lana.
Eravamo così vicini ai Tedeschi che in una delle nostre posizioni più avanzate potevamo sentire distintamente le loro conversazioni. Mantenemmo uno stretto silenzio, così loro non potevano sapere che eravamo a poche decine di metri. Avremmo potuto buttare facilmente delle bombe a mano. L’artiglieria nemica era abbastanza pericolosa, ma il fuoco dei mortai era veramente terrificante. Non era possibile nascondersi. Eravamo disposti in linea in un settore molto stretto – almeno tre compagnie. Nella prima compagnia gli uomini stavano nelle loro buche poco profonde in due o tre. Due di loro stavano in una buca particolare, perché fra di loro c’era una roccia alta circa 60 cm. che non era stato possibile togliere. Quando cominciò il fuoco, trenta o quaranta colpi caddero attorno a loro. Poi ci fu una breve pausa prima dell’arrivo di una seconda serie di salve. Alla prima esplosione fecero come sempre cercando di schiacciarsi al fondo, sperando nella buona sorte. Al terzo colpo, una delle granate cadde dritta nella loro tana ed esplose come un fulmine. Sebbene pochi centimetri di roccia li separassero l’uno dall’altro, più nulla fu trovato di uno dei due eccetto le sue scarpe, mentre il suo compagno si salvò incolume.
Durante questo periodo d’attesa il fuoco tedesco fu così accurato che perdemmo tre o quattro uomini al giorno.

L’8 maggio fummo rilevati e prendemmo posto approssimativamente a circa 600 metri dietro il comando di battaglione. Avemmo l’opportunità di riposare prima che cominciasse il grande attacco, così ci accucciammo sotto dei massi di roccia e cercammo di rilassarci. Il nostro morale era alto e, a dispetto delle nostre recenti esperienze, eravamo abbastanza di buon umore. Il posto era certamente meglio di quello che avevamo lasciato, anche se ogni movimento alla luce del sole era fuori questione. Adesso potevamo farci la barba, pulire il sudiciume che avevamo accumulato e prendere cura dell’igiene personale. Era molto piacevole, quando scendeva il buio, essere provvisti di thé e di acqua.
Alla “Casa del dottore” c’erano due pozzi, così andavamo lì per rifornirci d’acqua fresca. Le munizioni venivano portate a mano perché i muli arrivavano a circa mezzo miglio di distanza e poi dovevano caricarsele gli uomini.
Un’aria da far accapponare la pelle gravava sulla zona all’arrivo del buio. Come se ci fosse stato un accordo fra le parti, il fuoco cessava. Questa calma temporanea era curiosa, perché le strade a tre o quattrocento metri da noi erano invece sottoposte ad un bombardamento continuo ed inflessibile.
Dovrei far menzione di quel cumulo di macerie che noi chiamavamo la “Casa del dottore” che fu il nostro punto di partenza per l’attacco. Il 2° battaglione aveva veramente un dottore ed il posto di primo soccorso era stato stabilito fra quelle mura... .
Nella cosiddetta area di attacco ho dormito più o meno a lungo accanto ad un indiano morto. Il cadavere vi giaceva fin da quando c’era stato il tentativo di conquistare il Monastero da parte della 4a divisione indiana. Era sepolto sotto poche pietre, così come altre decine di salme che trovammo ovunque. Appartenevano a varie nazioni, come potevamo vedere dai resti delle loro uniformi. Il posto era pieno di topi che scorazzavano dappertutto. L’odore secco e dolce della decomposizione della carne era nauseabondo e non potevamo fare nulla per sbarazzarcene. Avevamo anche sacrificato le nostre coperte, impiegandole per coprire i cadaveri che trovavamo, ma non eliminavano quella puzza pestilenziale che gravava su tutta l’area.

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L’11 maggio ricevemmo l’ordine di mettere delle sovra scarpe in canapa. Dovevamo muoverci in assoluto silenzio fino al punto di partenza verso la “Casa del dottore”. Il sentiero era sotto un fuoco costante proveniente dal Monastero [3].
Alle dieci di sera, uno per uno, compagnia per compagnia, ogni uomo carico di una quantità di munizioni, avanzammo verso la linea di partenza. All’arrivo dovetti pensare a costruire un riparo per il comando di battaglione, usando sacchetti di terra e pietre o qualsiasi cosa trovassi. Mi trincerai anch’io come meglio potei e divisi e ordinai ai trenta uomini che erano con me di prendere le stesse precauzioni. Li divisi fra le tre compagnie, tenendone sette o otto con me. Il nostro era un lavoro specializzato, perché dovevamo avanzare per primi e pulire il terreno dalle mine.
Era un quarto alle undici e la luna non era ancora apparsa. Ci radunammo tra la “Casa del dottore” ed un punto chiamato “The gate”, a circa ottanta metri più in là. C’erano tre compagnie – voglio dire 300 uomini. Ciascuno di noi cercava di nascondersi e di stare ancora sdraiato. Nessuno fumava.
Le sporadiche granate della nostra artiglieria “urlavano” sopra le nostre teste con grandi fiammate. I Tedeschi sparavano anche loro. La tensione, come si può ben immaginare, era montata inesorabilmente. L’ora zero si avvicinava rapidamente, ma i miei uomini, con una sola eccezione, non avevano paura. Il solo che ebbe i nervi a pezzi era un giovane caporale che mi pregò di lasciarlo indietro. Capii esattamente cosa stava provando e così glielo garantii. Sopravvisse all’azione, ma il destino lo aveva evidentemente marcato, perché fu ucciso più tardi nella battaglia.
Alle undici di quella sera la landa desolata fu illuminata senza intermittenza da una impressionante successione di scoppi. Lo sbarramento era terribile. Oltre ai 1.100 pezzi della nostra artiglieria, vi erano i mortai ed i pezzi anticarro. Avevamo l’impressione che la terra tremasse ed eravamo consci dello spostamento d’aria. Io ero molto preoccupato del battito del mio cuore. Una conversazione in quel tremendo tuonare era assolutamente impossibile e non avevamo idea di quanto sarebbe durato, ma se fosse durato più a lungo sarei impazzito.
Alla fine, riuscimmo a sopportare la minaccia alle nostre orecchie per tre quarti d’ora. Lo scopo del nostro tiro era quello di rendere innocui i cannoni nemici e quindi di concentrarsi sugli obbiettivi che dovevamo catturare: le quote 593 e 569, l’Abbazia ed una quantità di altri capisaldi [4].
Per tutta la durata di questa azione preliminare ci consolavamo con il pensiero che alla fine del bombardamento il nostro compito sarebbe stato considerevolmente più facile. Ogni metro quadrato tenuto dal nemico sarebbe stato spianato. Eravamo confidenti nel fatto che nessun tedesco sarebbe sopravvissuto ad un bombardamento così devastante.
All’una e trenta del mattino la luna era alta nel cielo. Potevo vedere ombre minacciose, pietre e macerie. La polvere cominciò a fissarsi sul terreno.

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Il tenente Belkowski della compagnia A con tre plotoni cominciò finalmente ad avanzare dalla “Casa del dottore”. Il mio piccolo gruppo ed io, sempre con il maggiore Rojek, fummo mandati dal comandante del battaglione di rinforzo ad inviargli notizie su come procedeva l’attacco [5].
Appena passammo la “Gate”, fummo allarmati da un irregolare scoppio di bombe al fosforo. Qualcuna esplose abbastanza vicina a me e potevo sentire le urla degli uomini che bruciavano. Fortunatamente avemmo il tempo di evitarle e di precipitarci indietro verso la “Casa del dottore”.
Il nostro settore era lungo circa 150 metri. Il primo plotone della compagnia A andò sul culmine della cresta e noi lo seguimmo prontamente [6]. Un altro plotone, a pochi metri alla nostra sinistra, risalì la china dalla parte del Monastero [7]. Il terzo plotone era appena dietro.
Ad un certo punto il comandante della compagnia A fu ucciso al di là della “Casa del dottore”. Nessuno seppe in che momento. Quando raggiungemmo la quota 593 lo chiamammo, ma non c’era. Cercammo ovunque, ma non si trovarono più tracce. Era semplicemente sparito durante l’avanzata. Continuammo ad ondeggiare in avanti, la compagnia A salendo la difficile pendenza dalla parte del Monastero. Molti di noi avevano perso l’orientamento e c’era una grande confusione [8].

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Ricordo che stavo scalando a non più di cinquanta metri dietro agli altri, attraversando la dorsale e dirigendomi verso l’obbiettivo ormai prossimo.
Nessuno di noi era certo di dove si trovasse, ma ognuno credeva che la salita di fronte portasse alla quota 593. Il fuoco nemico cresceva in intensità e volume ogni metro che guadagnavamo ed eravamo colpiti da una miriade di frammenti di pietre aguzze [9]. Qualcuno era convinto che la nostra artiglieria ci tirasse addosso, ma non molto tempo dopo realizzammo invece che ci sbagliavamo sull’accuratezza dei nostri artiglieri.
Ad aggiungersi alle nostre difficoltà, le nostre linee telefoniche furono tagliate quasi subito così che ne funzionò solo una. Non si poteva trasmettere via radio, perché mentre l’attacco progrediva, gli operatori erano stati sia uccisi che messi fuori combattimento. A causa di comunicazioni così povere, non avevamo idea di come i nostri camerati tirassero avanti in altri punti strategici.
Avevamo perso ogni senso del tempo, ma doveva essere fra le due e le due e mezzo quando arrivammo sulla quota 593. Ricordo le formidabili matasse di filo spinato stese sul nostro passaggio in cima. La nostra artiglieria aveva provocato larghi squarci, ma eravamo sbigottiti nell’andare avanti di fronte ad una così scoraggiante barriera.
Se soltanto avessimo visto chiaro cosa stava succedendo avremmo potuto muoverci meglio, ma eravamo largamente dipendenti dalle informazioni che giravano di bocca in bocca. Eravamo informati che il tal soldato era ferito ed un altro era morto, ma non avevamo modo di controllare le varie voci che ci arrivavano in quel modo. Era certamente snervante per un soldato sentire che il suo comandante di plotone era stato ucciso e che il secondo in comando era sparito. Erano senza un capo e le condizioni divennero caotiche, ma gli uomini non si scomposero. Erano determinati a combattere fino alla fine.
Così come eravamo – i superstiti – ci radunammo sulla quota 593. Il maggiore Rojek decise di rompere il silenzio radio. Stabilì il contatto con la “Casa del dottore” che, alla fine, non era che a 500 metri all’indietro, e trasmise che la quota 593 era stata presa [10]. Avevamo avuto molte perdite durante l’azione, ma non era in grado di fornire neanche una cifra approssimativa.
Intanto le armi tedesche ci bersagliavano così efficacemente che fummo obbligati a cercare dei ripari. Non ne esistevano perché le pietre di una certa grandezza erano state fatte a pezzi dalla nostra artiglieria [11].

Mentre eravamo febbrilmente alla ricerca di qualcosa dove nasconderci, i difensori ci colpivano con tutto quello che avevano a disposizione. Sembrava impossibile che degli uomini potessero sopravvivere ad un simile olocausto.
Con una preghiera sulle labbra, corsi verso la buca di una bomba. Era piena di corpi, uno sopra l’altro. Molti erano senza vita, ma mi aggrappai a quelli in cima cercando di scavare. Udii dei gemiti ed una voce chiedere debolmente aiuto. Era uno dei nostri sergenti. Giaceva a pancia in giù e la parte posteriore del corpo era tutta una piaga sanguinante. Sdraiato a fianco del sergente vi era un caporale illeso. Cercammo di fare il possibile per chiudere le ferite con delle bende. Mentre lo curavamo, il sergente ci disse che apparteneva ad un plotone di Pionieri. Per tranquillizzarlo, lo assicurai che gli aiuti erano vicini e che se poteva resistere ancora un poco, sarebbe stato presto evacuato. Avevo parlato per più di dieci minuti con quel poveretto prima di scoprire che era il mio secondo in comando. Non avevo dubbi che il sergente non aveva speranza di aiuto, ma sono contento di poter affermare che mi sbagliavo. Fu portato via il mattino del 12 maggio e la sua vita fu salva.
I Tedeschi ci sparavano con armi portatili per farci tornare indietro, ma come ho potuto vedere, erano poco efficienti. L’artiglieria ed i mortai fecero i danni più grossi. In ogni caso odiavo i Tedeschi, conoscendo ed ammirando l’accuratezza dei loro fucilieri [12].
Alcuni dei nostri reparti cercavano ancora di raggiungere la quota 593 ed erano arrivati a circa sessanta metri di distanza. Avevamo ormai il controllo di quel obbiettivo, ma sfortunatamente eravamo troppo deboli per lanciare un nuovo attacco.
Quello che ricordo è che la morte ci fissava con occhi invisibili, da qualsiasi parte noi guardassimo. Non riuscivamo a capire dove e contro chi sparare. Eravamo con la mente vuota, stupefatti, esausti. Disorganizzati come eravamo, con molti ufficiali e uomini morti o morenti, avevamo estrema necessità di rinforzi.

Il maggiore Rojek, un altro capo plotone ed io facemmo qualche metro in avanti. Una mezza dozzina di ufficiali e undici uomini delle compagnie B e C ci seguirono e finimmo tutti nelle stesse buche di granate, dove ci sdraiammo in attesa degli eventi. Il fuoco nemico stava crescendo furiosamente anche se ricevevamo il pieno supporto della nostra artiglieria, ma senza grandi benefici.
Rimanemmo lì, da qualche parte fra la quota 593 e la 569, per circa mezz’ora. Non potevo credere che l’attacco fosse fallito. Eravamo troppo pochi per finire il lavoro. Per tutto il tempo vedevo il profilo frastagliato del Monastero, illuminato dalla luna.
Allora sentimmo dei rumori sordi alla nostra destra dove la compagnia C stava prendendo posizione non molto distante da noi. Riconoscemmo le loro voci e riuscimmo a contattarli.
Feci una scelta ed esplorai alcune grotte e bunker nelle vicinanze. Erano pieni di tedeschi, molti dei quali morti o feriti. Subito ne catturammo una quarantina sulla dorsale. Molti di loro avevano operato come tiratori scelti.
Alle tre del mattino cominciavo ad essere agitato, così suggerii al maggiore di scivolare verso la compagnia C per vedere cosa capitava laggiù. Il maggiore approvò subito e così con sei uomini strisciammo sul terreno aperto e raggiungemmo i nostri camerati sulla destra. Scambiammo le informazioni, ma era evidente che nessuno aveva le idee chiare.
Pensavamo che le posizioni tedesche erano state prese per coprire la Masseria Albaneta e la valle, ma nulla si sapeva della quota 569. Qualcuno diceva che era stata catturata, altri dicevano che si sparava ancora. Solo una cosa era certa e cioè che nessuno avesse raggiunto la cima.
Per le due ore seguenti diedi notizie sulla compagnia C al maggiore Rojek. Furono momenti di potenti contrattacchi, specie dalla parte dell’Abbazia [13].

Le nostre compagnie erano ormai inestricabilmente mischiate e molti di noi stavano perdendo la speranza, ma ci eravamo riuniti in piccoli gruppi e continuavamo a dar noia al nemico.
Durante le occasionali pause del combattimento, cercavamo di migliorare le nostre postazioni. Usammo qualsiasi cosa ci sembrasse utile, ma dissi ai miei uomini di non toccare il materiale tedesco per paura di trappole mortali.
Alle prime luci dell’alba vidi un basso muro davanti a noi. Allo stesso momento aumentò il fuoco dei tiratori e subimmo la perdita di numerosi uomini che non avevano preso le precauzioni necessarie. Per esempio, uno di loro corse verso il muro e con tutta calma si mise a cavalcioni, mentre una mitragliatrice tedesca lo prese di mira. Ricevette una sventagliata di pallottole in pieno ventre. Molti di noi si accontentarono di rimanere nelle buche e nei ripari che avevano trovato, ma alcuni furono uccisi a causa della loro mancanza di precauzioni.
Notai che i tedeschi rimanevano nascosti dietro ai loro ripari, fino a quando i nostri non si alzavano per sfidare urlando il nemico. Hanno pagato caro queste bravate. I difensori erano così abilmente nascosti e così esperti nel tiro a segno che anche la più breve apparizione significava la morte o una grave ferita.
Verso le 11, il nostro numero era diminuito terribilmente. Il maggiore Rojek non rispose più ai miei richiami, così credetti che si fosse ritirato. In ogni caso, alla luce del giorno ogni tentativo di scendere dalla cresta sarebbe stato un suicidio. Avevo maturato un salutare rispetto per i cecchini nemici.
Invece mi mossi verso sud. Passai sui resti di numerosi nidi di mitragliatrice abbandonati dai nemici e finalmente trovai un buon posto in una piccola caverna dove fui raggiunto da un altro ufficiale, il tenente Siemek, e da un gruppetto di uomini di varie compagnie, insieme a tre o quattro prigionieri tedeschi feriti.

Dai tedeschi seppi che da qualche parte seguendo una traccia di sentiero che si vedeva al di sotto, tra la Masseria Albaneta e la quota 593, c’era una grossa caverna nella quale operava il loro comando di battaglione.
Mi dissero che in quella caverna c’era il centro nevralgico delle difese tedesche delle quote 593, 569 e 468. Immaginai che i miei informatori si fossero inventato tutto.

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La mia maggiore consolazione fu che i soldati che erano con me erano tutti sperimentati. Più della metà di loro aveva combattuto nel deserto con l’8a Armata e niente poteva scuoterli. Mandai indietro uno di loro, un caporale, con un messaggio nel quale spiegavo la nostra situazione. Più tardi arrivò una nuova compagnia con munizioni e rinforzi freschi, ma avevano subito pesanti perdite salendo. Un plotone era in cima alla cresta; l’altro al lato. Dopo che spiegai che non c’era posto per loro nel nostro nascondiglio, se ne andarono.
Qualcuno consigliò di ritirarci, ma mi rifiutai fermamente senza un ordine dei miei superiori. Giunsi ad un compromesso mandando un messaggio scritto al mio comandante di battaglione, alla “Casa del dottore”. Lo avvertii che se non fossimo stati rilevati ad una certa ora, ci saremmo ritirati. In ogni caso sottolineai che la nostra situazione era disperata, ma la mia nota non ebbe mai risposta. Posso solo supporre che i messaggeri siano stati uccisi.
In verità non volevo muovermi alla luce diurna. Se ci fossimo esposti al fuoco nemico, saremmo stati fatti fuori come piccioni al tiro a segno. Quello che avevo in mente si poteva fare solo al cadere dell’oscurità. Se nel frattempo i rinforzi non fossero arrivati, avremmo potuto dormire fino alla notte.
Nello stesso tempo mi misi di nuovo a pensare alla grossa caverna della quale parlavano i tedeschi. Ero tentato di mandare qualcuno in ricognizione, ma decisi di non esporre nessuno in una missione che poteva essere fatale.

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La cresta al di sopra era sempre nelle nostre mani, fino a dove potevamo vedere, ma il tiro a segno era continuo. La mia idea che il maggiore Rojek se ne fosse andato fu improvvisamente cancellata in modo assai macabro. Il suo corpo, trasportato in basso da un sergente, cadde con un tonfo proprio ai miei piedi. Il suo volto era una maschera di sangue e di ferite [14].
Così i tedeschi erano sopra di noi e stavano disputando il possesso della cresta.
Era press’a poco il pomeriggio quando fummo raggiunti da un altro tenente. In quel momento nella caverna c’erano tre ufficiali, otto uomini feriti (polacchi e tedeschi) e quindici o sedici soldati, tutti mischiati fra di loro. I tiratori continuavano a prenderci di mira, ma prendevamo ogni necessaria precauzione. Prima di fare qualsiasi movimento, studiavamo attentamente come muoverci.
Eravamo convinti ad aspettare truppe fresche e tutto stava andando bene quando il tenente Siemek lasciò un momento la vigilanza. Impaziente di vedere cosa succedeva fuori, prese il suo binocolo e uscì dalla caverna. Urlai come un matto, ordinandogli di stare al coperto, ma prima ancora che il mio urlo terminasse, il tenente Siemek era morto. Una granata di mortaio scoppiò proprio davanti a lui. Era di piccolo calibro, ma le schegge lo colpirono al petto. Cadde all’indietro, proprio fra le mie mani; ordinai di prendersi cura di lui, ma era troppo tardi, perché morì in pochi minuti [15].
I tedeschi contrattaccavano a piccoli gruppi, le nostre munizioni andavano scemando, ma resistevamo con ferocia. Il fuoco incrociato fuori dalla caverna era mortale.
L’obbiettivo del nostro 1° battaglione era quello di catturare la Masseria Albaneta, ma ero convinto che non aveva avuto successo. Da dove eravamo era possibile vedere i tedeschi che portavano via i loro feriti sulle barelle. Notai che seguivano la traccia che portava alla grossa caverna che si supponeva esistere da qualche parte sotto il nostro nascondiglio.
Verso le tre e mezzo tirammo i nostri ultimi colpi. Avevo una pistola ed un mitra, ma senza munizioni. C’era un continuo crepitare di Schmeisser tedeschi e furono lanciate tre o quattro bombe a mano. Non c’era nulla da poter fare se non sperare che la nostra situazione migliorasse.
In poco più di mezz’ora, comunque, eravamo peggio di prima. I cecchini non solo concentrarono i colpi contro la nostra caverna, ma anche sulle entrate di quelle vicine. Le pallottole colpivano le pareti e rimbalzavano pericolosamente. Potevamo sentire le imprecazioni e le urla in tedesco e in polacco. Ci spremevamo nel tentare di capire cosa stesse succedendo sulla quota 593, ma non potevamo mandare qualcuno esponendolo a morte sicura. Mettemmo i feriti in fondo alla caverna, appiattendoci il più lontano possibile dall’entrata e pregando che arrivassero i rinforzi.
Erano le sei quando con grande costernazione ci rendemmo conto che i tedeschi erano senza ogni dubbio sopra le nostre teste. La prima indicazione fu una serie di sorde esplosioni che coprivano il rumore dell’artiglieria. Scoppi di bombe a mano tutto attorno a noi. Cadevano dall’alto, segno che avevamo perso l’iniziativa sulla quota 593.
A causa della pendenza, i tedeschi non potevano tirare le loro bombe a mano nella caverna, ma sapevano dove eravamo e si avvicinavano minacciosamente. Mi girai verso l’altro tenente, che si era sistemato nella parte più profonda della caverna, e rimarcai con rassegnazione: “Bene, è quello che è”. La compagnia era stata spazzata via. [16]
Mi guardò con disperazione, saltò fuori e quindi, senza fare attenzione, uscì e si precipitò dietro le prime rocce. Decine di armi automatiche aprirono il fuoco. Scivolò giù e rimase fermo. Un altro soldato, che lo aveva seguito, fu anche lui colpito e ferito gravemente.
Per il momento non si mosse nessun altro. Ascoltavamo con trepidazione il ticchettare dei mitra e l’esplosione delle granate. Eravamo nell’impossibilità di muoverci. Improvvisamente, uno dei nostri mitraglieri che aveva ancora una bomba a mano, tolse la sicura, si sollevò oltre l’entrata e la tirò. L’esplosione seguì immediatamente, ma il mitragliere, colpito al petto, cadde all’indietro e morì a qualche metro da me.
In quei momenti la caverna fu circondata e non potevo abbandonare i miei compagni feriti. Mentre guardavo una fila di facce ansiose, si udì una voce dal di fuori in tedesco “State dentro la caverna!” Dopo una breve pausa l’ordine fu ripetuto in polacco.
Quando cadde l’oscurità, i tedeschi ci vennero incontro con le armi. Sei o sette di loro entrarono dentro e ci annunciarono formalmente che eravamo prigionieri. Era gratificante vedere che erano esausti quanto noi. Si sedettero al nostro fianco e passammo insieme una notte senza sonno, ascoltando il tuono dell’artiglieria. Il terreno tremava sotto l’incessante bombardamento dei nostri cannoni. Ottimisticamente mi dissi che la liberazione non avrebbe tardato molto.

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Il mattino successivo – il 13 maggio – ci ordinarono di muoverci. Eravamo sporchi, miserabili e spaventosamente affamati, ma i nostri guardiani, molti dei quali erano giovanissimi, non erano in migliori condizioni. In altre circostanze avrei avuto pietà di loro. Ci obbligarono a portare i feriti tedeschi e ci assicurarono che i nostri sarebbero stati evacuati più tardi. Scendemmo zoppicando dolorosamente per una scarpata ripida e, dopo circa 250 metri, fummo fermati davanti ad un buco nella collina. Abilmente mascherato, questo buco era di non più di tre piedi di diametro e solo un colpo fortunatissimo avrebbe potuto colpire un simile obbiettivo. In ogni caso, strisciammo attraverso il passaggio che conduceva in una vasta caverna, divisa da della tela in tre larghe camere, tutte illuminate eccellentemente. Da settanta a ottanta feriti tedeschi, due capitani, un dottore ed il comandante del battaglione erano riparati là dentro. Più tardi scoprii che il comandante del battaglione era il maggiore Veth, probabilmente del 3° paracadutisti. In quel momento era il comandante in seconda, ma era stato promosso sul campo. [17]
C’erano due tavoli coperti da carte e mappe. Su una delle carte erano segnate le postazioni di Monte Cassino. Il sottufficiale che ci aveva in carico mi segnalò ad un ufficiale e mi indicò di avvicinarmi al tavolo dove era seduto il comandante del battaglione. I tedeschi che avevamo portato giù dalla nostra caverna erano stesi assieme a tutti gli altri ed esaminati dal dottore.
Fummo tutti perquisiti, forse per le armi, e quindi ci fu ordinato di svuotare le tasche. Fummo obbligati a lasciare i nostri beni sul tavolo dell’ufficiale. Tirai fuori il mio libro-paga, un piccolo specchio, i miei occhiali da campo e un certo numero di banconote irachene ed egiziane, del valore di circa cinquanta sterline. Dopo che i miei uomini furono ritirati in un angolo, il maggiore mi chiese dove erano dislocate le nostre postazioni di mortai. Naturalmente non sapevo dove fossero, così non dissi nulla. La faccia del maggiore si fece buia. Mi diede una matita e mi ordinò con sgarbo di segnare dove erano i mortai. Io puntai la mappa a caso, sperando che il segno della matita non cadesse proprio su una postazione tedesca. Credo di aver fatto bene, perché il maggiore mi ringraziò e mi disse che non aveva altre domande.
Mi sedetti fra gli uomini feriti, di fianco ai tedeschi che avevamo portato giù. Fu allora che il dottore tedesco mi si avvicinò e chiese di dargli tutti i pacchetti di medicazione che avevamo. Ammise che la sua domanda era contraria alla convenzione di Ginevra, ma era così a corto di materiale medico che non aveva alternative. Quando vedemmo che i feriti tedeschi erano bendati con nient’altro che carta, gli demmo volentieri i nostri pacchetti di pronto soccorso. [18]
“Questo è oro per me” fu il commento pieno di gratitudine del dottore.
Poi si rivolse ai nuovi arrivati tedeschi e chiese loro che trattamento avevano ricevuto da parte nostra. Quando risposero che erano stati trattati bene e che i polacchi avevano offerto cioccolato e caffè, sembrò molto compiaciuto: “Sehr gut” mormorò e di nuovo “Sehr gut”.
Dopo quel momento l’atteggiamento dei nostri guardiani ebbe un cambiamento. Si dissero spiaciuti per lo stato in cui ci trovavamo e spiacenti di non avere acqua, sia per bere che per lavarsi. Ci potevano soltanto offrire qualcosa delle loro razioni. Così ci capitò, prigionieri in uno dei centri di comunicazione tedeschi, di condividere Sauerkraut e cibo in scatola nemico.
Era solo il 13 maggio e dovemmo aspettare quattro lunghi giorni e notti per l’arrivo ed il soccorso dei nostri compagni del 2° Corpo.
Anche nel pieno della battaglia studiai le facce tirate dei tedeschi ed arrivai a questa molto ovvia conclusione: “I difensori di Monte Cassino erano finalmente battuti”.

Tra l’11 ed il 13 maggio 1944, le perdite del 2° battaglione del 3° reggimento dei Carpazi furono di 53 caduti, pari a circa il 18% della forza; ad essi vanno aggiunti circa 150 feriti e dispersi. Il totale delle perdite si avvicina quindi al 70% della forza.

Il totale dei caduti del 2° Corpo polacco tra l’11 ed il 13 maggio 1944 fu di ben 375.

Ringraziamenti

Si ringrazia di cuore il maggiore Livio Cavallaro per le notizie fornite, la stesura di alcune note relative alla tattica tedesca, i prodighi consigli, la franca e disinteressata collaborazione, fornita con rara passione.

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Note

  1. ^ Charles Connell, Monte Cassino, Elek Books, London, 1963.
  2. ^ Il comandante del battaglione era il tenente colonnello Titus Jerzi Brzosko.
  3. ^ Per una descrizione degli scontri sostenuti dai Polacchi l’11, il 12 ed il 17 maggio 1944, vedi Alberto Turinetti di Priero, "L’attacco polacco a Montecassino in un documento del 1945", www.dalvolturnoacassino.it.
  4. ^ Per una puntuale descrizione dei luoghi, vedi Livio Cavallaro, "Quota 593, Monte Calvario. I segreti di una collina inespugnabile", www.dalvolturnoacassino.it.
  5. ^ Probabilmente il nome è errato e si tratta del tenente Franciszek Bedkowski, tenente, 2° battaglione Fucilieri, nato il 3 luglio 1910, a Wyciaze, caduto il 11 maggio 1944, sepolto a Montecassino, 3-E-14, cfr. www.cmentarzmontecassino.com.pl.
  6. ^ Plotone del sottotenente Ramon Skwara.
  7. ^ Plotone del sottotenente Zygmund Wozniak.
  8. ^ Nel testo le compagnie polacche sono indicate con lettere A, B, C. E’ possibile che gli ufficiali polacchi utilizzassero le lettere nelle comunicazioni verbali per uniformarsi alla nomenclatura ufficiale britannica, che infatti indicava le compagnie con lettere.
  9. ^ La quota 593 era difesa dalla 1ª compagnia del tenente Hellmann, appartenente al I battaglione del 3° reggimento paracadutisti, il battaglione comandato dal maggiore Rudolf Böhmler, il noto autore di un interessante libro sulle battaglie di Cassino.
  10. ^ Il maggiore Rojek inviò per radio la frase codificata “Annibale è morto, proseguo su Hoggard”. Erano i nomi in codice di quota 593 e 569 rispettivamente.
  11. ^ Sulla cima vera e propria di quota 593 era schierato il 2° plotone della 1a compagnia paracadutisti, comandato dal sergente Lange. Fu quel plotone, affiancato dal 1° plotone sulla propria destra, a contrastare duramente i polacchi nei pressi della cima.
  12. ^ Infatti, il tenente Hellmann richiese un intervento di fuoco da parte dei mortai da 12cm della 13ª compagnia, 3° reggimento, schierata sul rovescio est di quota 505.
  13. ^ Si trattava dei primi di cinque contrattacchi che i tedeschi avrebbero attuato nel corso del 12 maggio verso la cima di quota 593. Sebbene la quota fosse difesa dal I battaglione paracadutisti (Magg. Böhmler), fu il II battaglione del maggiore Kurt Veth ad organizzare i contrattacchi, supportato dal I battaglione. Veth, proveniente dalle sue postazioni originali su quota 575, spostò il proprio posto comando nella grotta ai piedi di quota 569 citata nel testo, già utilizzata come posto di medicazione avanzato. In particolare, il maggiore tedesco impiegò inizialmente i circa settanta uomini della 7a compagnia, II battaglione, del tenente Freitag, ucciso in combattimento.
  14. ^ Ludwik Rawicz-Rojek, maggiore, comandante del gruppo d’assalto alla quota 593, 2° battaglione Fucilieri, nato il 9 maggio 1910, a Kraków, caduto il 12 maggio 1944, sepolto a Montecassino, 3-E-15, www.cmentarzmontecassino.com.pl.
  15. ^ Josef Siemek, sottotenente, 2° battaglione Fucilieri, nato il 12.3(6).1915, Dlugoszin, caduto il 12 maggio 1944, sepolto a Montecassino, 3-E-11, www.cmentarzmontecassino.com.pl.
  16. ^ Verso le 19.30 avvenne il quinto ed ultimo contrattacco tedesco verso la cima di quota 593. Fu portato a termine con successo ad opera di ventidue uomini della 14a compagnia (contro carro), 3° reggimento, comandati dal maresciallo Karl Schmidt con il sostegno del 2° plotone, 1a compagnia del sergente Lange.
  17. ^ Il 12 maggio 1944, il maggiore Veth annotò nel diario del battaglione: “... Un reggimento polacco (in realtà tre compagnie n.d.r.) attacca la quota 593 e sorprende la nostra compagnia. Quattro contrattacchi falliscono, il quinto riesce. 130 nemici morti. Il posto di comando del battaglione che si trova in una caverna è assalito dai feriti. Ugualmente ratti, sorci e pulci in quantità.” Cfr. Rudolf Böhmler, Monte Cassino, Plon, Paris, 1961, Pag. 239.
  18. ^ Una descrizione delle condizioni di vita nella caverna è contenuta nel diario storico del battaglione, redatto dal maggiore Veth: “Evacuazione dei feriti impossibile, il nemico tira fumogeni in permanenza, moltissimi uccisi sulle creste, odore di decomposizione, niente acqua, niente sonno da tre giorni, amputazioni presso il comando...” Cfr. Rudolf Böhmler, Op. Cit. Pag. 239.

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