4 PASSI SULLA GUSTAV 2008
Data: 13/04/2008Autore: VARICategorie: CronacheTag: #today, manifestazioni

4 PASSI SULLA GUSTAV 2008 (7ª edizione)


Interventi di:
  • Claudio Vigna (10/04/2008)
  • Maurizio Balestrino (13/04/2008)
  • Alberto Fontana (22/04/2008)
  • Luigi Settimi (02/05/2008)

    UN PIENO DI EMOZIONI
    di Claudio Vigna

    E’ proprio vero, le cose semplici, fatte con passione, organizzate tra amici, che lasciano spazio all’improvvisazione del momento, sono quelle che danno i risultati migliori, i più veri , quelli che ti emozionano!
    Quest’anno, dopo molti rinvii, mi sono deciso: attraverso l’Italia di nuovo, vado a Cassino, non posso perdermi anche questa edizione dei "4 Passi sulla Gustav"!

    Telefono a Leone Orioli:

    "...senti Leone, quest’anno a Cassino hanno deciso di dedicare una giornata della manifestazione ai fatti di Montelungo! ...io vado ...che dici ...tu che fai? ...se vuoi passo a prenderti a Forlì, come al solito ..."

    "Mah... non lo so... gli anni vanno su e poi... tre giorni... non so se ce la faccio... il viaggio è lungo, ho male di schiena...".

    “Senti Leone, anch’io, mai come quest’anno, sono pieno di problemi, ...pensiamoci su e poi decidi ...sappi che viene Rosolo Branchi e anche l’avv. Tatoni del 67°... certo che sarebbe veramente storico, un incontro tra gli appassionati ed i Veterani, sui luoghi della battaglia!"

    E’ fatta! Gli ingredienti della miscela stavano reagendo fra loro... si parte per Cassino.

    Sabato mattina ci si ritrova puntuali al punto determinato per l’iscrizione; ...voce imperiosa dell’onnipresente Presidentissimo:

    "...ma che stammo a scherzà... i Reduci non pagano... ce mancherebbbbe!!"

    Il gruppo si va formando; dai reduci classe 1922 ai bambini di quattro anni.
    Magnifico! Questo è il miglior modo per trasmettere ai posteri la memoria.

    Siamo al vecchio cimitero del 67° alle falde della quota 251 di Montelungo, la Madonnina forse ci vede e sicuramente approva.
    Paolo Farinosi, dopo le presentazioni, inizia a parlare; descrive i luoghi e li collega ai fatti. Porta con se il DNA del padre Enrico della 2° compagnia del LI° battaglione bersaglieri A.U.C. e si sente!
    Lo conosco bene; per modestia non dice che Enrico, quella mattina nebbiosa dell’8 dicembre 1943, fu il bersagliere che più si avvicinò alle linee tedesche, arrivò a tiro di bomba a mano, poi venne ferito e nel cercare di ritirarsi fu di nuovo colpito. Si trascinò finchè le forze lo abbandonarono, vide la fine e si preparò il letto di morte; ma prima bevve e mangiò dello zucchero preso ad un caduto a lui vicino. Poi si addormentò.
    Se la cavò e cosi descrisse quel momento:

    "...mangiato e bevuto mi preparai il letto di morte e poiché entro il fossetto scorreva acqua, presi una tenda impermeabile e la misi sotto per non bagnarmi, sopra posi una mantellina e mi ci adagiai, coprendomi con un’altra. Lì, ormai privo di forze e dissanguato, guardai alla vita passata e pregai, se c’era un Dio, di assistere mamma che, già malata, non avrebbe retto al dolore. Il vecchio maresciallo, mio padre, avrebbe retto. Poi non capii più nulla."

    Anche io, Giovanni, Sandro e Andrea, portiamo nel sangue il DNA del LI° trasmessoci dai nostri vecchi; nelle orecchie ora di adulti, ma allora di bambini, abbiamo ancora i loro racconti e cominciamo a sentire i primi brividi.

    Tocca poi a Leone che ci riporta nei racconti e soprattutto nei toni, al pomeriggio di quel tragico 8 dicembre 1943, quando finalmente, dopo la disfatta della 2ª compagnia del LI, la 1ª e la 3ª, partite dalle falde del M.te Rotondo, al di là della Casilina, fissano la posizione del 1° Raggruppamento motorizzato sulla linea di difesa quota 251-ponte primo Peccia. La 3ª compagnia, presidia il costone che guarda dall’alto la spianata.

    Chi ascolta si avvicina, il cerchio si restringe ed i magnifici bambini che per due giorni seguiranno tutta la manifestazione, lasciano i legni con i quali fino a quel momento hanno giocato e sgranano gli occhi.
    Leone racconta; il silenzio scende. Rosolo Branchi, amico di Leone e commilitone della 3ª compagnia ascolta con lo sguardo basso, anche lui rivive quei momenti e probabilmente risente quelle voci che hanno segnato in maniera indelebile la loro vita.
    E’ la voce di Gianni Della Valle che quella notte, ferito, dalla spianata grida

    "mamma... mamma... non voglio morire... sono un bersagliere... ho sete... voglio bere prima di morire...

    Dirà Leone:

    "Sentirlo per tutta la notte è stato straziante... ho sperato per lui... che morisse!

    Lo recuperarono grazie all’intraprendenza del capitano Castelli, il magnifico burbero papà Enea, che organizzò una squadra per salvare quel bersagliere dalla morte, e gli altri sul costone del Monte, dalla tortura del lamento.
    La prima luce del mattino del 9 dicembre portò la tragica visione della spianata: 22 cumuli color fango; erano i magnifici bersaglieri della 2ª compagnia del LI bersaglieri, giovani universitari di 21 anni che all’8 settembre 1943, seguendo l’esempio di validi ufficiali, hanno sentito il grido di dolore della Patria in sfacelo e hanno reagito uniti: a Bari già dall’9 settembre, liberando il porto da sicura distruzione e a Montelungo nel fango del Peccia, dando il via al secondo Risorgimento d’Italia!

    Tra i presenti, si intravvedono occhi lucidi e spuntano i primi fazzoletti... . I bambini rimangono immobili a bocca aperta.
    Tocca ora a Umberto Frappoli, fratello di Franco. Allora aveva quattordici anni; Franco ne aveva diciannove e partì da Piacenza dicendo al padre:

    "devo andare a combattere con gli americani"

    varcò le linee, si arruolò volontario nel LI bersaglieri; quella mattina dell’8 dicembre, sotto il castagno che ancora esiste, rimase appeso al suo moschetto '91, a 30 metri dalle postazioni di quelle indiavolate MG42 che sparavano il triplo dei colpi delle nostre Breda... e non si inceppavano mai!

    Si va sulla spianata, dove Paolo, dopo la morte del padre, ha portato le figlie a seppellire in quella terra sacra come il Piave,una ciocca dei capelli del nonno.
    Vengono mostrate le buche dalla quale i mitragliatori tedeschi hanno sparato contro i bersaglieri. Chi non sapeva si rende conto dei luoghi e delle distanze: è stato un tiro al piccione!
    Macchè fuoco da Montemaggiore, come racconta la storia ufficiale, è troppo lontano ed i bersaglieri erano sotto il terrapieno della ferrovia.
    Gli occhi vanno verso il Monte: l’avvocato Tatoni, spiega la sua salita verso quota 343 di Montelungo insieme ai fanti del 67°:

    ...sapevamo poco, non vedevamo niente, d’improvviso l’inferno davanti, di fianco e da dietro!
    Tanti, troppi... sono rimasti lassù."

    E’ tempo di andare al Sacrario dove riposano quei ragazzi; li salutiamo con una corona portata dai bambini che, lasciati i legnetti, sembrano molto presi dall’importanza del compito affidatogli; un pò di silenzio con i rintocchi della campana "Rovera" e poi le poesie di Gianni Recchi, il poeta della 3ª compagnia del LI che, come pochi, ha saputo esprimere in lirica i sentimenti di chi, da quell’inferno, è uscito vivo.
    Rosolo, per non perdere le magnifiche sfumature della poesia, recita a memoria in dialetto veronese la "Madonina de Montelungo", ...e ancora una volta sembra che da lassù qualcuno approvi.

    Abbiamo assolto al compito lasciatoci da chi volle scritto sulle rocce

    Dissero i Morti: “Voi che tornerete,
    dopo gli abbracci i baci ed i saluti,
    dopo gli incontri e le sorprese liete,
    ditelo agli altri come siam caduti.

    E’ tempo di salire sulla quota 251; un vento teso accompagna il nostro rancio, sicuramente più saporito delle razioni K di allora che ai nostri, dovevano essere sembrate cena prelibata in confronto alle gallette autarchiche del Regio Esercito.
    Dall’alto si vede nitido il vecchio paese di S.Pietro Infine.

    In verità, quella che noi chiamiamo la battaglia di Montelungo, per gli alleati è sempre stata la Battaglia per San Pietro, dal nome appunto del comune, obiettivo dell’intero settore.
    Il paese ne uscì distrutto e così è rimasto, a memoria del passaggio del fronte; poco dopo tutto si spostò a Cassino per altri cinque lunghi terribili mesi di guerra.
    La popolazione ne uscì provatissima ed oggi, a monito di quei giorni, nel paese distrutto è stato allestito un museo per tramandare il ricordo di ciò che è stato.

    La giornata è stata lunga, dopo la visita al museo di San Pietro il gruppo prosegue per Venafro; i nostri Reduci hanno bisogno di riposo, per la stanchezza della giornata e per le intense emozioni che hanno saputo suscitare in tutti noi e che, per loro, sappiamo essere ancora oggi dolore vivo.
    I bambini però non si allontanano da Leone ed il più piccolo, rimane aggrappato alle sue gambe.

    Il prossimo 8 dicembre alla cerimonia del Sacrario per il 65° anniversario della Battaglia di Montelungo ci sarò, ma avrò un motivo in più per compatire i patetici e retorici discorsi che da troppo tempo siamo costretti a subire.


    RESOCONTO
    di Maurizio Balestrino

    Il 5 aprile 2008 nella porzione d'Italia compresa fra Monte Lungo e San Pietro Infine il tempo è tornato indietro.
    Grazie a Roberto Molle, preciso organizzatore della giornata, e agli amici dell'Associazione onlus Battaglia di Cassino, dell'Associazione Reduci LI Battaglione Bersaglieri e di Maurizio Zambardi dell'Associazione Culturale “Ad Flexum” siamo tornati indietro alle tragiche ed eroiche giornate del dicembre 1943 e abbiamo visto dipanarsi sotto i nostri occhi alcuni avvenimenti di quel breve e drammatico momento storico.

    Alle 8,30 del mattino Roberto Molle ci consegna personalmente l'itinerario del viaggio nel tempo, una serie di mappe e schemi delle operazioni militari di Montelungo e di San Pietro Infine. Si fanno avanti poi, presentati da Roberto Molle e accolti da un caloroso applauso, quattro distinti signori che ci accompagneranno nel viaggio. Si tratta di Leone Orioli, di Rosolo Branchi e di Giovanni Tatoni, che nei giorni 8-16 dicembre 1943 combatterono a Monte Lungo col Primo Raggruppamento Motorizzato, e il fratello di Franco Frappoli, che in quel combattimento sacrificò la vita. La rispettosa visita che faremo del campo di battaglia alla presenza e con il racconto dei reduci è un'occasione emozionante ed unica, che ha specificamente attratto molti dei numerosi partecipanti.

    Saliamo sulla capsula del tempo, un torpedone co-pilotato da Mauro Lottici che subito ci invita a vedere il paesaggio “com'era”, spiegandoci mano a mano che avanziamo “com'era” nel dicembre del '43. Verso le 9,30 arriviamo a Monte Lungo. Qui il paesaggio (bosco e aperta campagna) inizia ad annullare il tempo presente, permettendo a quello passato di subentrare. Ci addentriamo nel bosco e giungiamo ad una radura dominata dal rudere di un altare diroccato e della sua enorme pedana. Si comincia a parlare delle battaglie di Monte Lungo (8-16 dicembre 1943) e qualcuno all'improvviso ricorda che stiamo calpestando il terreno dove un tempo sorgeva il primo cimitero di guerra del 67° reggimento fanteria, che qui combatté. La suggestione del luogo e la forza del ricordo evocato sono potenti, e di colpo i confini del tempo svaniscono. Siamo nel 1943. Al viaggio nel tempo contribuiscono Paolo Farinosi, Leone Orioli, Rosolo Branchi e il fratello di Franco Frappoli, che ci raccontano sul campo gli avvenimenti di quel dicembre ed il loro contesto storico. Leone Orioli ci indica a due passi da noi le rocce sotto le quali si nascose per evitare i tiri di mortaio e da cui mosse all'attacco trascinando i compagni. Vediamo i bersaglieri correre in avanti, vediamo i caduti nella piana sottostante, sentiamo il freddo, il coraggio, la paura e l'abnegazione.

    L'incantesimo si ripete poco dopo nella spianata, oggi bosco inciso da strade, sulla quale l'attacco dei bersaglieri si infranse contro le mitragliatrici tedesche di cui nessuno sospettava l'esistenza. Paolo Farinosi ci mostra la buca in cui era alloggiata una delle mitragliatrici. Indoviniamo con lo sguardo la posizione dell'altra. Il bosco e le strade spariscono, si rivede la spianata com'era nel 1943, con i bersaglieri che avanzano e il fuoco tedesco che tragicamente li arresta.

    Giovanni Tatoni poi ci racconta cosa avvenne, negli stessi momenti, sulla cresta del monte, cento metri sopra di noi, nell'attacco contemporaneo del 67° battaglione di fanteria del quale faceva parte. Vividamente evoca l'avanzata nella fitta nebbia che al suo improvviso alzarsi scopre, anche qui, nidi di mitragliatrici tedesche che circondano i fanti ed il cui fuoco diventa rapidamente soverchiante.

    Riviviamo quei momenti in rispettoso silenzio, con qualche occasionale domanda. Poco dopo, durante la breve salita alla cresta del monte Claudio Vigna, Paolo Farinosi, Andrea Branchi e Giovanni Velli continuano a mostrarci altri particolari della battaglia. Dall'alto del monte la vista è dominante e possiamo capire con grande precisione i movimenti delle truppe sul terreno.

    Prima di salire in cresta deponiamo una corona d'alloro al Sacrario di Monte Lungo. Qui Leone Orioli indossa per la cerimonia il suo cappello piumato e ridiventa il bersagliere del '43. La lettura di alcune opere poetiche completa la solennità dell'evento.
    Suggestiva è anche la visita al Museo attiguo al Sacrario, dove numerosi reperti militari rendono muta testimonianza degli eventi che furono. Fra tutti, resto attonito davanti ad un orsetto di gomma. L'orsetto di gomma, senza braccia, di un pallido colore grigio-azzurro, alto circa un palmo, si trova in una bacheca assieme a foto, decorazioni al valore e pergamene celebranti il ricordo di Enrico Guerriera, tenente dell'artiglieria alpina morto in combattimento l'11 maggio 1944 qui vicino, a Monte Mare. Di questo orsetto, proprio di questo, avevo già letto nel diario del bersagliere Gino Damiani (in “Ci riconosceremo sempre fratelli” del figlio Ernesto Damiani, Nordpress, Chiari, Brescia, 2004, pag. 126): “[Il Tenente Guerriera] è caduto da leone. [...] Il suo bimbo, quand'era partito da Milano, gli aveva messo in mano un pupo di gomma. Non se ne separava mai. Ci ripeteva che il giorno in cui non l'avesse portato con sé gli sarebbe accaduto qualcosa. Stamane, l'aveva dimenticato in tenda”. Ora l'orsetto è qui davanti a me.

    Sulla cima di Monte Lungo, Angelo (animatore del sito www.historicus.it) ci accompagna in una breve escursione lungo la cresta sommitale. La cresta di Monte Lungo è una brulla pietraia di aspetto alpino, lungo la quale il 67° fanteria avanzò nella nebbia per trovarsi, al levarsi di questa, a poche decine di metri da numerose postazioni di mitragliatrici tedesche difese da travi e muretti di pietre. Le postazioni ci sono ancora, numerose e mute guardiane della memoria. Ne visitiamo alcune e la storia torna per noi a rivivere. Nel pomeriggio ci trasferiamo a San Pietro Infine, altro luogo della memoria che vide protagonisti in quel mese di dicembre 1943 non più gli Italiani ma gli Americani del Generale Clark, che a costo di gravi perdite attaccarono e conquistarono il paese. Qui ci fa viaggiare nel tempo Maurizio Zambardi, dinamico e appassionato presidente dell'Associazione Culturale “Ad Flexum” (dal nome, apprendiamo, di un toponimo romano della zona) che ci dà alcune informazioni sulla storia del luogo e ci conduce a visitare i resti del paese, distrutto dai cannoneggiamenti prima Alleati, poi Tedeschi, e mai più ricostruito. La visita si dipana lungo le strade del paese distrutto, rimasto com'era (“una Pompei moderna”, la definisce Maurizio Zambardi), le cui pietre riprendono vita per narrare di un'esistenza contadina di secolare tradizione improvvisamente annientata dalla guerra del XX secolo. Poi la visita si fa ancora più suggestiva quando ci trasferiamo subito fuori dell'abitato, nelle grotte scavate come rifugio dagli abitanti del paese per sfuggire sia alle cannonate che alle retate tedesche. Maurizio Zambardi stesso le ha anni fa insieme ad altri riscoperte, rilevate e rese visitabili. Sono cunicoli intercomunicanti scavati nel monte in cui aleggia ancora la presenza di quelli che ad esse affidarono le loro speranze di salvezza, nascondendosi a volte dentro a buche sotterrannee (che ancora si possono osservare) per sfuggire alle retate dei Tedeschi in cerca di manovalanza. L'appassionata e competente descrizione di Maurizio ci conduce dal presente al dicembre del 1943, e noi vediamo svolgersi sotto ai nostri occhi storie paesane di ingegnosità, di morte e di salvezza. La visita si conclude al Museo di San Pietro Infine, di prossima apertura. Personalmente credo che il museo prolunghi il viaggio nel tempo attraverso sofisticati ma adeguati simboli visivi e sonori che raccontano le vicende di cui Zambardi ci ha appena parlato. Non ultimo, la proiezione in un suggestivo locale di un documentario che con immagini d'epoca mescola le vicende militari e quelle civili, ricreando entrambe per la nostra meditazione. Volti sorridenti di bambini concludono il documentario, ottimista auspicio di nuovo futuro.

    Partiamo dalla suggestiva visita per recarci a Venafro a visitare il museo “Winterline”, dove alcune stanze raccolgono una pluridecennale collezione di reperti militari. Manichini perfettamente vestiti riproducono fedelmente, in ambientazioni d'epoca, i soldati dei vari eserciti. Particolarmente realistica la ricostruzione di una postazione montana degli Alpini tedeschi. Una cornice a giorno contiene alcuni volantini, reperto oggi rarissimo da ritrovare, che i Tedeschi lanciarono fra i soldati del Primo Raggruppamento Motorizzato incitandoli alla diserzione (“Mission Impossible”, visti i reduci che abbiamo conosciuto oggi). Un elmetto americano ci mostra in fronte il foro d'entrata di un proiettile.

    Infine ci ritroviamo tutti a convivio nel ristorante di Roberto Avallone a Cassino, dove discussioni, domande e progetti si intrecciano fra bottiglie di buon vino d'Abruzzo ed energetiche cibarie.

    La giornata è stata intensa, suggestiva, emozionante. Io ho incontrato molti che conoscevo solo di nome, e allacciato nuove amicizie e rapporti di collaborazione. Dopo cena inizio a scrivere queste note, con una penna gentilmente fornitami da Andrea Branchi. Il giorno dopo gli altri continueranno il viaggio nel tempo visitando i luoghi dello sventurato attraversamento del cosiddetto “Rapido” da parte della Divisione “Texas”. Per personali motivi logistici non potrò purtroppo unirmi a loro, e passerò invece alcune ore visitando la valle del Rapido dove mio padre fu col Reggimento San Marco nell'aprile del '44. Adesso non lo so ancora, ma domani il caso (o forse non sarà il caso?) mi farà incontrare un nuovo amico che mi mostrerà la valle dove mio padre piantò le tende col San Marco, nell'aprile del 1944. Ma questa è un'altra storia.

    RESOCONTO
    di Alberto Fontana

    Ogni volta che torno a Cassino (io sono di Taranto), il che avviene praticamente ogni mese da aprile 2007, e giro per le montagne ed i luoghi teatro dell'ormai tristemente famosa battaglia del '44, è come se venissi calato automaticamente in quel contesto storico; il richiamo a quegli avvenimenti è per me inevitabile, come azionare la macchina del tempo. Camminando per questi luoghi, siano essi su in montagna o giu' in citta', è come se un continuo e costante lungometraggio, fatto di fotogrammi in stile "Ieri/Oggi", scorresse davanti a miei occhi. Anche in questa occasione, la manifestazione "4 passi sulla Gustav 2008" 7a edizione (per me è la seconda), è stata la stessa storia, ovvero la stessa sensazione. Mah! Sarà l'effetto di tutti quei documentari e quelle foto viste ed i vari libri letti sull'argomento.

    La giornata di domenica è stata meno articolata di quella del sabato. Il percorso prevedeva una prima puntatina a Sant'Angelo in Theodice, con attraversamento del fiume Gari, nel luogo dove il 143° Reggimento della 36^ Divisione "Texas" tento' un primo sfondamento, attraversando il fiume per mezzo di canotti, il 21 gennaio 1944. Livio Cavallaro, esperto in materia essendo autore di un imperdibile e dettagliatissimo volume sull'argomento, ha delucidato i presenti sullo svolgimento delle operazioni belliche. I vari tentativi di attraversamento del Gari comunque (erroneamente chiamato Rapido dagli Alleati) fallirono tutti. L'operazione fu resa alquanto ardua dal fatto che, abbastanza prevedibilmrnte, i ponti furono fatti tutti saltare dai genieri tedeschi.
    Successivamente ci siamo diretti verso Caira e da lì a piedi abbiamo iniziato il percorso lungo la "Cavendish Road" fino al nostro arrivo alla Masseria Albaneta. Lungo il tragitto abbiamo potuto ascoltare la descrizione delle varie fasi dei combattimenti e degli scontri avvenuti sulla "Cavendish Road", la "Cresta del Serpente", la "Cresta del Fantasma". Contemporaneamente però non si poteva non notare e non ammirare il panorama e le viste che queste montagne offrono.
    L'unico imprevisto, che per fortuna si è risolto positivamente, è stato quando Livio Cavallaro, che era in compagnia della sua famiglia, ha perso di vista uno dei suoi figli, credo il più piccolo. Sono stati minuti di panico e di ansia, e devo confessare che anch'io, che sono padre di un bambino, in quei momenti ho sentito come un tonfo al cuore, come se si fosse trattato di mio figlio. Fortunatamente il bimbo non si era perso, ma era praticamente già arrivato a destinazione in compagnia di altre persone del gruppo. Appresa la buona notizia , Livio e la sua famiglia e noi tutti, abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo.

    Più di qualcuno, compreso me, ha potuto rinvenire reperti bellici, di vario genere, lungo il percorso, anche dopo 64 anni trascorsi dagli avvenimenti. In prossimità della Masseria Albaneta, abbiamo potuto visitare il carro Sherman che giace ancora lì dal '44, dove cioè fu distrutto durante gli aspri combattimenti avvenuti alla masseria e nei dintorni. Adesso è stato adattato a monumento e monito.
    All'Albaneta, all'ora di pranzo, ci siamo rifocillati con una colazione al sacco gentilmente offerta dall'organizzazione, piacevolmente intrattenuti dalle canzoni della tradizione popolare di Cassino e più in generale del Lazio, cantate e suonate con la chitarra da un bravo ed ispirato artista di cui, non me ne voglia, non ricordo il nome (ahimè, non ho una buona memoria). Tanti complimenti a lui.
    Ultima tappa di questa soleggiata e ventilata domenica è stata la salita alla Quota 593 "Il Calvario", per la visita ad uno dei vari monumenti eretti in memoria dei caduti nella battaglia.

    Infine il ritorno al punto di incontro, con i saluti e un arrivederci all'anno prossimo e alla prossima edizione.
    Anche quest'anno ho potuto approfondire la conoscenza di questi luoghi e della loro storia più recente. Soprattutto sono rimasto soddisfatto per aver finalmente visitato i luoghi della battaglia di Montelungo dell'8 dicembre 1943 (nella giornata di sabato) ed anche ascoltato le testimonianze di alcuni reduci che vi combatterono, perchè ne avevo sempre sentito parlare sin da quando ho incominciato ad appassionarmi alla storia della 2a Guerra Mondiale, cioè da molto piccolo. Inoltre, durante la visita, avevo sempre davanti agli occhi (ci risiamo!) quella famosissima foto di quei soldati italiani che salgono la montagna correndo. Foto che avrò visto centinaia di volte.
    Devo dire però che Montelungo lo immaginavo più imponente.
    Considerazione da non trascurare: quest'anno tutto il percorso è stato meno sfiancante dell'anno scorso (se ripenso all'arrampicata fino alla "Collina del Boia", pioggia compresa!).
    Un grande ringraziamento è doveroso all'organizzazione, Roberto, Mauro, Gabriella (per la gentile accoglienza alla manifestazione), Roberto Avallone e tutti gli altri, che con la loro costante opera contribuiscono, in maniera determinante ed appassionata, a non far cadere nell'oblìo questa parte di storia locale e di conseguenza a farla conoscere anche al di fuori del luogo stesso, vista la partecipazione di persone provenienti da tutta Italia ed anche dall'estero.
    Ancora un grazie a voi tutti.

    UOMINI E SOGNI SULLA CAVENDISH ROAD
    di Luigi Settimi

    Per chi, come il sottoscritto, avvicinatosi alle vicende della Battaglia di Cassino da pochissimo tempo, ha avuto la fortuna e l’onore di poter partecipare a "4 passi sulla Gustav", risalire la Cavendish Road è stato un susseguirsi di emozioni forti.

    Durante ogni secondo della salita, mentre veterani di queste escursioni si dedicavano a commenti e osservazioni tecniche, la mia mente decideva che la strada doveva essere percorsa nel silenzio più assoluto, "ascoltando" e "respirando" tutto quanto mi stava intorno.

    Ogni passo, man mano che passavano i minuti, si rendeva conto di calpestare un terreno divenuto sacro dopo che uomini liberi avevano lottato e sofferto per sopravvivere ad un qualcosa più grande di loro, che li aveva presi dai luoghi più lontani della terra e portati ad odiarsi ed uccidersi fra queste valli.

    E’ stato allora che tante figure immaginarie, in trasparenza, salivano e scendevano con me per la Cavendish Road; erano le immagini in bianco e nero di centinaia di foto scattate lungo questa valle, molte delle quali viste sul sito DVaC (questo sito n.d.r.) e nell’ultimo libro di Mauro Lottici che sapientemente ricordava lungo il percorso.

    Immagini crude, di uomini spossati dalla fatica, immagini di barbe lunghe, di elmetti bagnati dalla pioggia, di scarponi infangati che continuavano a salire e calpestare uno dopo l’altro lo stesso punto lasciando sempre la stessa orma.

    Uomini, prima che soldati, con i loro sogni, i loro desideri e la loro voglia di tornare a casa; erano mani che idealmente si univano ad altre, fra queste valli, nell’impugnare una matita per scrivere alla persona cara, accovacciati in un sangar (1) o dietro una postazione di MG; trascrivevano i sogni che ogni fante portava con se durante la salita nella Cavendish Road, trasportando il fucile, lo zaino; trasportando rifornimenti vitali con un piccolo mulo; sogni che aveva anche il cecchino, in buona posizione sull’altura, alla ricerca di elmetti bagnati su cui prendere la mira.

    Sogni che iniziavano con la solita frase di rito: "Ti scrivo.." "Cara.." e finivano con le immancabili frasi di affetto, frammenti di vita personale, lasciati nel taschino della giubba, in attesa di un altro momento di vita normale, sogni, che spesso volavano via, come le farfalle bianche in estate, mossi dal vento silenzioso della Cavendish Road dopo un attacco di mortai, sogni che non raggiungeranno mai il destinatario e continueranno a vivere e volare nelle valli.

    La strada che percorrevo era affollata di figure chine che salivano, in fila indiana, verso Colle Maiola e Monte Castellone, erano del 135° reggimento della 34ª divisione americana, nel silenzio dell’alba che stava per arrivare... rumori di metallo, il respiro pesante e la salita, difficile, nella nebbia che tutto avvolgeva. Vedevo i difensori, pochi, arroccati in buche ed anfratti mentre guardavano il cielo di notte, illuminato da migliaia di bagliori che seminavano terrore fra le loro fila, li vedevo assorti nei loro sogni di adolescenti, mentre la polvere che riempiva le grotte, in cui erano riparati, man mano si diradava dopo lo scoppio di una granata ed occorreva uscire subito per riprendere posizione, li vedevo assorti in un momento di pausa nei combattimenti a sognare il sorriso di una ragazza bionda incontrata in Olanda o di una notte brava passata a Napoli; assorti a sognare l’ultima festa di Natale passata a casa, il profumo dei crauti ed il salato dei brezel (2), fedeli solo al proprio reparto, al proprio comandante, certi della capitolazione finale ma senza confidarlo a nessuno; mai al camerata più giovane con le mani tremanti sul fucile gelato mai a quello più anziano che mangiava il poco rancio, con lo sguardo nel vuoto, davanti al cadavere in decomposizione di un soldato indiano appeso al filo spinato. "Senza paura e senza speranza" li vedevo sognare in silenzio e guardare di notte quella luce forte, in alto nel cielo e sperare che fosse sempre la stella polare che segnava la strada per tornare a casa e mai l’ultimo bagliore partito da monte Trocchio che non darà più albe da vedere.

    "Nemmeno per un momento eravamo fuori dal fuoco intermittente o da quello pesante dei mortai. Affrontammo molti contrattacchi, lassù. Te ne stai li, con i tuoi uomini in posizione, e ti aspetti di essere colpito. Era quasi sempre con il buio, e venivano senza fare rumore, per avvicinarsi il più possibile. All’improvviso, di fronte a te c’erano sagome che si muovevano. Ogni notte c’era un nuovo attacco e anche se riuscivamo a respingerli, alla fine era soprattutto la stanchezza che ti prendeva..."

    Don Hoagland 3° battaglione 135° reggimento. Brano tratto dal libro "Montecassino" di Matthew Parker, ed. Il Saggiatore

    Il sentiero si faceva sempre più stretto e scivoloso e lo immaginavo nel buio della notte, provando per un secondo a camminare ad occhi chiusi, per cadere dopo pochi passi e ritrovarmi davanti al vuoto, ma dovevo desistere e salire per raggiungere il gruppo per non perdere Livio Cavallaro che faceva rivivere quei giorni di scontri fra queste valli.

    Ma poi, quando il gruppo ripartiva, le figure in bianco e nero ritornavano, erano furtive, alcune correvano veloci, altre cadevano, si rialzavano e sparivano, altre invece rimanevano lì, immobili, mentre l’elmetto continuava a rotolare verso il nemico.

    Intorno a me la "Cresta del Serpente", la "Cresta del Fantasma" e più in alto "quota 593", era impossibile rimanere vivi nel punto dove mi trovavo, tutto intorno il fante avrebbe avuto centinaia di occhi ad osservare le sue mosse, eppure dalla strada dove mi trovavo salirono a centinaia e sulle creste intorno a me, per settimane intere, rimasero rintanati nelle grotte o nei sangar (1).

    "Lassù sembrava di stare in un cimitero, senza alcuna pianta [...] è che desolazione, che tristezza! Corpi che marcivano tutt’intorno a te"

    Jack Turner dei Royal Sussex. Brano tratto dal libro "Montecassino" di Matthew Parker, ed. Il Saggiatore

    Il limite della sopportazione umana venne superato migliaia di volte fra queste colline intorno a me ed ora, nel silenzio, li vedevo, erano in piedi, uscivano ai miei lati dalle colline, da buche e anfratti, gli elmetti americani, "le padelle" inglesi spuntavano da muretti improvvisati di pietre e prendevano dimensione nella forma di un soldato; la divisa sporca, l’andamento ciondolante del piede da trincea.

    Erano gli stessi volti di Verdun di Passchendaele, volti sfiniti, persi nello spazio immenso di battaglie di annientamento.

    Vivevano le pause dei combattimenti, le brevi tregue per raccogliere i feriti, per mangiare qualcosa, per distendersi al sole e, fra camerati e commilitoni, tornare ai racconti di casa, a parlare di chi mancava all’appello, magari passato, qualche minuto prima, coperto da un telo verde; erano le pause nelle quali ti capitava di scattare una foto con i nemici tedeschi come avvenne durante i tragici fatti di monte Castellone nell’Operazione "Michael" del 14 settembre del 1944.

    Sognare e ridere per un breve momento, giusto il tempo per una sigaretta, poi spenta sopra un masso di roccia, mentre ci si riposizionava per prendere di nuovo la mira verso quella figura in verde scuro che correva nel bosco, un soldato della Wehrmacht, forse l’amico di pochi minuti prima con in tasca la foto di entrambi..., nelle colline intorno alla Cavendish Road poteva accadere di tutto. La fila era ormai lontana, ero solo, ed era tempo di muoversi ed andare avanti, Livio stava già raccontando i fatti dell’Albaneta capolinea della Cavendish Road.

    Il racconto era così vivo e dettagliato che dalla strada, fino a quel momento percorsa, si udivano i cingoli sferragliare e figure correre per dare l’allarme.

    Quel sentiero, percorso da tanti fanti, un giorno divenne strada, il torrente era diventato fiume e vi risalirono, come tanti salmoni lucenti contro corrente, decine di carri, brevi tratti, una pausa e poi di nuovo un salto verso una posizione migliore, ma erano soli, e come per i salmoni, dove l’acqua è più bassa, sarebbero stati facile preda degli Orsi.

    C’era confusione, rumore, fumo.

    "... la forza d’urto apparteneva a tre unità diverse vale a dire americana, neozelandese e indiana, ed ognuna avrebbe obbedito al suo comandante. Era insomma una massa caotica di veicoli, senza omogeneità, senza esperienza, senza intesa."

    Walter Nardini – Cassino fino all’ultimo uomo – ed. Mursia

    Barton, Hazlett, Bill de Latour, Jim Moodie, Buck Renall, Dick R. Jones (3)
    erano i nomi che vedevo, scritti con il gesso, sopra le torrette degli Sherman mentre passavano davanti a me e si dispiegavano sul quel terreno, di prato verde e margherite, in un pomeriggio nuvoloso d’Aprile.

    Nel carro gli uomini avevano i loro sogni mentre il motore andava; una Polonia libera, sterminate distese verdi in Nuova Zelanda, le corse fra i campi di grano in estate, un bagno nel lago, il ballo di fine anno... il sigaro, masticato dal capocarro, ondeggiava da destra a sinistra mosso dal nervoso dell’invisibile pericolo, la vista era persa nella nebbiolina dei fumi di scarico.

    Voltai il mio sguardo verso il fronte opposto mentre ci dirigevamo verso l’Albaneta, nelle immagini in bianco e nero si muovevano i caschi dei parà tedeschi, inconfondibili, mentre partivano i primi colpi degli Sherman verso la fattoria ed il rumore inconfondibile delle MG lacerava i pochi rami e le poche foglie rimaste in piedi.

    I sogni erano svaniti, il risveglio aveva il suono dei colpi di mortaio e delle granate, gli uomini iniziavano la lotta per sopravvivere.

    Avanzammo anche noi verso l’Albaneta, ma era per ritrovarci tutti insieme, c’erano con noi persone di varie regioni d’Italia oltre a Tedeschi e Americani; era l’ora della pausa pranzo, ai piedi delle mura dell’Albaneta davanti a quota 593.

    Durante la pausa mi spostai per un breve giro, giusto per riportare a casa qualche immagine e per ritornare dove avevo lasciato correre le immagini in bianco e nero.

    Raggiunta la zona notai che tutto era finito, non c’èra più lo scontro, c’èra silenzio solo le sagome deformi e fumanti dei carri che avevo visto risalire la Cavendish Road.

    I superstiti dello scontro uscivano dalle brecce nei muri, dalle buche nel terreno e quelli meno fortunati restavano a terra, scomposti e martoriati, uniti al metallo fuso dallo scoppio di mine e panzerfaust.

    Alcuni salivano sui carri per una foto ricordo, altri si davano pacche sulle spalle, altri si abbracciavano, ed altri ancora erano chini nei pressi di un amico caduto a ricordare i brevi giorni passati insieme all’Albaneta.

    Per molti altri non c’era conforto, gli sconfitti abbandonano il campo di battaglia e si ritirano senza i caduti e pur avendo gli stessi sentimenti dei primi avranno lo strazio di non poter raccogliere gli amici, solo i ricordi rimarranno indelebili e faranno compagnia in tutti i prossimi sogni.

    Decisi di tornare al gruppo, le note di una chitarra destavano l’attenzione, c’era Mauro che ballava ed un amico tedesco che batteva le mani per tenere il ritmo, il profumo di un formaggio caprino appena tagliato si spargeva nell’aria, la mia ciambella arrivò già immersa nel vino rosso, gli americani scattavano foto ed alcuni ragazzi correvano nei prati dell’Albaneta.

    Fu qui che mi venne in mente la frase di Eisenhower intervistato da Walter Cronkite sulla spiaggia di Omaha, 20 anni dopo lo sbarco in Normandia:

    Guarda, Walter, queste persone che nuotano e veleggiano con le loro barche da diporto, che si divertono al sole di questa splendida spiaggia; è quasi irreale ammirarla oggi e ricordarsi com’era allora.
    Ma è una cosa meravigliosa ricordare le ragioni per le quali quei soldati combatterono e si sacrificarono vent’anni fa, ciò che fecero per proteggere la nostra concezione della vita. Non per conquistare un territorio, né per ambizioni personali, ma per impedire a Hitler di distruggere la libertà nel mondo.
    E’ semplicemente sconvolgente pensare alle vite sacrificate per questo ideale, il prezzo terribile pagato solo su questa spiaggia, in un solo giorno: duemila caduti. Ma sono morti perché il mondo fosse libero.
    A dimostrazione di ciò che gli uomini liberi sono disposti ad affrontare pur di non essere schiavi."

    Brano tratto da "D-Day" di Stephen E. Ambrose ed. BUR

    Questi uomini ed i loro sogni ci hanno regalato, come ha detto Livio Cavallaro da quota 593, "60 anni di pace", altri ne seguiranno, è nata l’Europa unita, la moneta unica, possiamo viaggiare senza frontiere e siamo uniti in un unica forza nel difendere quello che abbiamo conquistato e per aiutare altri a conquistare o mantenere la libertà.

    La giornata volgeva al termine; da quota 593, scendendo verso il punto di ritrovo questi versi mi tornavano in mente, i passi risuonavano nel silenzio rotto solo dal vento fra i rami degli alberi, uno sguardo all’Abazia da una posizione bellissima e vedo Roberto e gli altri nel piazzale del cimitero polacco, grandi abbracci, saluti, pacche sulle spalle ed un arrivederci alla prossima uscita.

    Appena in auto lo sguardo è andato allo specchietto retrovisore, quota 593! La stele di marmo bianco illuminata dal sole al tramonto era l’ultima immagine che mi portavo a casa.

    In viaggio riflettevo sulle due giornate della manifestazione e comprendevo che il modo migliore per affrontare il presente ed il futuro sta nel ricordare e raccontare il passato, questo è l’insegnamento che porterò a casa grazie a Robero, Mauro, Livio e ai reduci che ci hanno commosso con i loro racconti. In auto andavano le note di "beyond the Missouri sky" di Pat Metheny, in quel momento ho deciso di scrivere le sensazioni provate per condividerle con tutti voi.

    Agli amici di ieri e ai nuovi di oggi che spero incontrare nuovamente alla prossima edizione di "4 passi sulla Gustav".

    Bibliografia:

    • Matthew Parker, "Montecassino", Ed. Il Saggiatore
    • Walter Nardini, "Cassino fino all’ultimo uomo", Ed. Mursia
    • Stephen E. Ambrose, "D-Day", Ed. BUR

    Note:

    1. Parapetto difensivo costruito con le pietre
    2. Il popolare pane bavarese dalla forma caratteristica ad otto
    3. Nomi di alcuni carristi alleati presenti nell’azione dell’Albaneta

    Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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