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Un giorno di sole e di mercato.... Pontecorvo viene quasi completamente rasa al suolo. 1 NOVEMBRE 1943, PONTECORVO VIENE "COVENTRIZZATA" Prefazione Nell'estate del 1940, durante l'offensiva della Luftwaffe contro la Gran Bretagna, una città vicino Londra venne particolarmente colpita: Coventry. Furono tanti e tali i bombardamenti che la città venne completamente distrutta, rasa al suolo; tant'è che nel nostro lessico la parola "coventrizzare" è sinonimo di distruzione totale. Ebbene possiamo tranquillamente asserire che il primo novembre del 1943 Pontecorvo venne coventrizzata; infatti fu completamente rasa al suolo e le vittime civili, mai peraltro esattamente valutate, furono oltre 700. In quel periodo la supremazia dell'aviazione alleata era pressochè assoluta e sono convinto che spesso gli aerei si alzassero in volo con il loro carico di morte, senza neanche sapere esattamente dove bombardare. Fatto è che il ponte di Pontecorvo, lungo un centinaio di metri, che attraversava il fiume Liri, costituiva un obiettivo militare e quindi fu inviata una formazione di B25 Mitchell, per effettuare il bombardamento, e un nugolo di P38 Lightning, a fare un pò di mitragliamento al suolo; come dire, per fare la scarpetta. Per chi non conosce i luoghi, Pontecorvo si trovava a circa 15 chilometri dalla Linea Gustav, collocata
proprio sulla Linea Senger-Riegel; infatti fu coinvolta nei duri combattimenti del maggio '44 e liberata, per quel
che ne rimaneva, dai Canadesi della Prima Divisione. Roberto Molle 1 Novembre 1943, Pontecorvo viene "coventrizzata" Il primo novembre 1943 è un lunedì. È la festa di tutti i Santi ma a Pontecorvo è anche giorno di
mercato. Un mercato che, pur nella precarietà di quei tempi che sanno di guerra, richiama ugualmente gente. È una
giornata autunnale ma come raramente se ne vedono: il cielo è terso ed il sole, sebbene si sia fatto attendere, ha
già quasi sciolto del tutto il gelo calato nella notte. In quel tiepido e sereno mattino dell’estate di San Martino, le vie si rianimarono e la gente assaporava quello squarcio di vita normale. Amici e parenti si incontravano a Porta Pia, al corso Vittorio; pregavano insieme nella cattedrale di San Bartolomeo dove alle dieci era iniziata la messa solenne; i vecchi a Santo Stefano prendevano il sole e discutevano di guerra; i bambini giocavano a Belvedere; in piazza Quattro Novembre si contrattava e si comprava il poco disponibile; sul ponte era un via vai di gente che sfoggiava i vivi colori delle vesti ciociare. Dappertutto si sentivano rumori e voci che formavano l’essenza della vita serena di un paese patriarcale. La messa solenne in cattedrale è officiata da don Valentino Turchetta, 1’arciprete, coadiuvato da don Vincenzo De Bernardis, don Tommaso Sdoia, don Francesco Cerro e don Tommaso Franco. Il tempio è pieno di fedeli.
Grosso modo alla stessa ora, verso Campo Vincenzo, una contrada di Pontecorvo non distante dal centro urbano, un giovane sacerdote, don Giuseppe Capogrossi - nipote di don Valentino Turchetta - sta godendosi, in aperta campagna, quel tiepido mattino autunnale.
Saranno state le dieci e un quarto quando il suo sguardo viene attratto da una formazione di aerei alleati che sbuca da dietro Montecassino e, volando in parallelo a monte Cairo, segue press’a poco la direzione della Casilina in direzione di Arce. Gli aerei - non ricordo quanti fossero, comunque erano molti - erano giunti all’incirca sull‘abitato di Arce ed io già stavo per girare lo sguardo altrove quando notai che stavano compiendo una conversione posizionandosi, quindi, in fila indiana. Tornavano indietro e, stavolta, non più seguendo il percorso della Casilina. Sorvolarono, credo, Isoletta e San Giovanni Incarico: dal mio posto di osservazione era difficile stabilirlo con esattezza. Comunque, in linea di massima, seguirono il corso del Liri e potevano essere giunti all’estrema periferia di Pontecorvo quando incominciarono a sganciare le bombe. Ciò che accade poco dopo in cattedrale lo si può leggere sul Registro delle risoluzioni capitolari annotatovi di proprio pugno da don Valentino Turchetta: Si vedevano dai finestroni aperti della chiesa gli apparecchi gettare bombe e mitragliare. L’arciprete consuma le S. Specie e rivolto al pubblico ordina di sgomberare la chiesa e di rifugiarsi a gruppi nelle varie cappelle laterali. La chiesa quindi divenne deserta nelle tre navate. Cessata la prima ondata di bombardamento si ebbe modo di disporre in miglior maniera la popolazione tristemente impressionata ed allarmata. Ma a distanza di pochi minuti una seconda ondata di fortezze volanti mette lo sconforto nei fedeli. Una bomba di grosso calibro cade sulla cupola abbattendola e sprofondando nelle macerie l’altare maggiore. A questa sussegue un ‘altra al centro della chiesa e una terza ancora si abbatte sulla cantoria dell’organo in fondo alla chiesa stessa. Lo spostamento d’aria e la corrente d’aria cacciatasi nella portìcina del campanile fece vittime tra quelli che erano ricoverati nella torre campanaria. Il canonico De Bernardis e il canonico Cerro che erano ivi riparati rimasero uccisi. Così il secondo sagrestano Malaggese ed altri cinque fedeli. Lo stesso arcìprete che erasi posto tra la chiesa e la sagrestia vicino alla porta venne investito dalle macerie e sepolto da esse. Il primo sagrestano Roefaro che si trovava poco distante aiutato da pie persone rimosse le macerie sopra l’arciprete e lo tirò fuori ferito alla testa ed in altre parti del corpo. La chiesa era divenuta tutta scoperta; con susseguenti bombardamenti e con la battaglia sul posto la chiesa cattedrale venne quasi rasa al suolo. Bernardino Pulcini ha raccolto la testimonianza di Cipriano Roefaro, "il primo sagrestano": Fu un inferno durato pochi minuti ma che sembravano eterni. Morì tanta gente e crollò tutto. Ho
visto morire don Francesco Cerro e don VincenzoDe Bernardis, il sagrestano Giuseppe Malaggese e due tedeschi che
sotto le bombe dicevano: "Pregate! Pregate!". Il dramma si ripete per le strade. Annota in un suo diario il notaio Carlo Baccari: Rinunzio a descrivere la folla come in un formicaio calpestato, pazza di terrore, fuggente di qua e di là, urtantesi, accalcantesi, gridando, piangendo, imprecando, e i feriti portati a braccio, e i morti e le ruine e tutto il resto. Antonio Colicci riferisce che: . i luoghi più colpiti furono Piazza Porta Pia, Piazza 4 Novembre, Via la Sevice (quella strada che sale verso la Chiesa di San Nicola), la Cannataria, la Cattedrale, il Convento delle Suore del Sacro Cuore, che morirono tutte sepolte sotto le macerie assieme alle orfanelle. Il sarto Bernardino Danella, poco più che trentenne, che quella mattina si reca a far visita, con sua sorella Letizia, 16 anni, alle suore di monte Calvario portando in regalo alle orfanelle una coppia di piccioncini, ha raccontato a Bernardino Pulcini: Salutata la madre superiora Teodata Antonioli, uscimmo per andare in campagna dove eravamo
sfollati. A pochi passi dal convento fummo sorpresi dal bombardamento. Ci buttammo per terra per ripararci alla
meglio. Tra un grande polverone vidi crollare il convento delle suore tra i fischi e i boati delle bombe con
pietre e calcinacci che ci piovevano addosso. Tra suore ed orfanelle erano, in tutto, 23 persone, quelle del convento di monte Calvario. Ne muoiono 22. L’unica a salvarsi è suor Chiara, una maestra d’asilo quasi cieca, la più anziana di tutte, . portata poi a Roma da don Arturo Venditti, dove anch'egli, per le ferite e i patimenti, morì
giovanissimo. dice Bernardino Pulcini, è il fatto che molte di esse morirono per mancanza di soccorso sotto le macerie. Ed è impossibile dimenticare quegli scheletri abbracciati nel sottoscala del convento quando fu rimosso, dopo un anno, il cumulo di rovine. Bernardino Pulcini ha raccolto anche la testimonianza dell’insegnante Fernando Rocca, all’epoca ventiduenne, che, nella casa di piazza Annunziata, si era letteralmente barricato in una piccola stanza, la cui porta era protetta da un armadio, per sfuggire ai tedeschi: Sentii gli aerei venire dalla parte del mare e, subito dopo, le bombe e le mitragliatrici. Con
la forza della disperazione sfondai la porta e l’armadio e mi precipitati in piazza. La gente correva da tutte
le parti. Alcuni camion tedeschi erano stati mitragliati e per terra c’erano soldati, morti e feriti. Mi gridarono
di aiutarli e, poi, via di corsa all'ospedale. Don Giuseppe Capogrossi che è rimasto incredulo a seguire l’inatteso spettacolo, appena questo finisce inforca la vecchia bicicletta e corre a Pontecorvo: Posata la bicicletta non so dove, mi diressi verso la Cattedrale a piedi. Grida di dolore da tutte le parti mentre intorno a me tutto era polvere. In Cattedrale cercai mio zio e lo trovai vicino l’Altare maggiore che era ferito gravemente. Aiutato, lo portai all’Ospedale. I danni provocati a Pontecorvo da questo bombardamento non sono stati mai valutati attentamente,
soprattutto in termini di vite umane. Che, ad essere troncate, furono certamente moltissime. Costantino Jadecola Bibliografia
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