4 PASSI SULLA GUSTAV 2004 - pensieri e suggestioni.
Data: 23-07-2004Autore: GIANCARLO LADICategorie: CronacheTag: #today, manifestazioni
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4 PASSI SULLA GUSTAV 2004 (3ª edizione)

Il nove Maggio di quest’anno del Signore duemilaquattro, un gradito invito d’amici appassionati di storia (raduno annuale degli studiosi della battaglia di Cassino) mi porta nuovamente su un percorso, da me a lungo vissuto in anni lontani, risvegliando un cumulo di memorie, di sensazioni supposte per sempre archiviate nel profondo del mio essere.

All’alba, con la mia giovane compagna e due figlioletti in tenera età, mi pongo in viaggio, per tornare in quel di Cassino, su quell’autostrada che tanta parte ebbe nella mia vita al tempo della sua realizzazione ed alla costruzione della quale partecipai per alcuni anni. Superato il “Vallone d’Aquino” iniziamo a vedere ed a leggere l’orografia di quei luoghi ai quali siamo diretti. Mostro e descrivo, ai miei bimbi, la valle del Liri che andiamo percorrendo, la catena dei monti Aurunci di un azzurrino evanescente sulla nostra destra, il severo massiccio del monte Cairo con il suo sperone montano sormontato dal bianco monastero sulla sinistra.

Quasi parlando a me stesso e per creare una certa atmosfera propedeutica alla giornata che andremo a vivere, rievoco ad alta voce, per i miei giovani ascoltatori, qualche secolo di storia di questa via maestra per il sud della penisola. Via maestra che tante genti avevano seguito alla conquista di terre, ducati, principati e regni. Narro degli eserciti, delle compagnie di ventura, delle genti d’arme che questo flusso avevano cercato di impedire con innumerevoli battaglie nel corso delle epoche storiche trascorse. Rapiscono l’attenzione, fattasi viva, dei figli miei, i goti, primi distruttori ed incendiari della pace benedettina dell’eremo, delle masserie e delle messi del suo contado. Le gesta degli spagnoli di Gonzalo Fernàndez de Cordoba con le soldatesche di Prospero e Fabrizio Colonna impegnate a difendere, sul Garigliano, la loro “Gustav” del 1503 contro i francesi del Duca di Nemours. Dico loro che è di qui, di Mignano di Montelungo suo feudo natale, quell’Ettore Fieramosca che nel medesimo anno e nella medesima guerra guidò, nella vicina Barletta, ad uno scontro in campo quadrato chiuso, con lancia, spada e libere armi, nella famosa disfida all’ultimo sangue, tredici uomini d’arme italiani contro tredici uomini d’arme francesi (uno dei quali era il solito traditore italico del momento, Gragnano d’Asti) guidati da Guy de la Motte che intendevano affermare la loro superiorità d’armi e di coraggio sugli italiani stessi. I Francesi, in quell’occasione vinti, uccisi o fatti prigioni furono rigettati in seguito anche dalla “Gustav” sul Garigliano. Per seguire il desiderio del mio diletto Guicciardini faccio, agli attenti ascoltatori, i loro nomi: “Degni che ogni italiano procuri quanto in se che i nomi loro trapassino alla posterità mediante l’istrumento delle lettere, furono adunque: Hettore Fieramosca capuano, Giovanni Capoccio, Giovanni Brancaleone et Hettore Giovenale, romani, Marco Carrellarlo da Napoli, Mariano da Sarni, Romanello da Forlì, Lodovico Aminale da Terni, Francesco Salomone e Guglielmo Albimonte, siciliani, Miale da Troia, E’l Riccio e Fanfulla parmigiani. Nutriti tutti nell’arme o sotto il Re d’Aragona o sotto i Colonnesi.”.

Viaggiando nei secoli passati e sull’autostrada, ci ritroviamo all’imboccatura della piana che da Atina agli Aurunci, bagnata dal Rapido, dal Gari e dal Garigliano fu teatro nell’anno 1944 dei cinque mesi di gigantesca lotta a difesa di Cassino.
Per quanto qui la natura sia stata generosa disseminando ovunque monti, colli, valli, torrenti e fiumi, regalando ogni sorte di bellezza al verde, vasto anfiteatro vallivo, cinto da rilievi a volte dolci a volte aspri ma ridenti sempre di rivoli e corsi d’acqua, aperto ai salutari venti che precipiti dall’Appennino incombente, infilandosi nella stretta valle di Mignano, assumono a volte forza di tempesta, per quanto qui ci fosse questa specie d’eden, dicevo, l’uomo non è mai stato all’altezza di quello che gli era stato messo a disposizione. A differenza dell’Umbria, della Toscana e d’altre regioni in cui i luoghi avevano ispirato ai propri abitanti opere meravigliose, divine, qui ciò non si era verificato. I rudi contadini di queste terre nulla di bello avevano saputo costruire. Cassino, prima della guerra città brutta, lo è oggi in maniera vergognosa, imperdonabile. Un coacervo di casupole, edifici anonimi, baracconi industriali, fabbriche, strutture commerciali, mostre e negozi da terzo mondo, delimitano vie, strade, straducole centrali e periferiche in una baraonda di brutture edilizie ed urbane che si allargano a tutta la valle, ove si agita gente chissà da dove venuta e con quali origini. Certo cassinati di stirpe antica, indigeni depositari di una cultura contadina millenaria che dava loro fierezza e suscitava rispetto, debbono essercene ben pochi.
Una sua bellezza eppure, una sua forza evocativa, una sua tragica dignità scenica, un suo fiero orgoglio di civitas, Cassino l’ha avute. Le ha avute quando, cumulo di macerie, giaceva silenziosa nel sonno della morte in un contesto rurale muto, incontaminato da bruttezze umane e sul quale aleggiava il mito degli eroismi d’uomini venuti da lontano, il soffio della storia appena scritta, la leggenda di recente nata e destinata ai millenni. L’ha avute come l’hanno ancora Pompei, Cartagine, Petra, Palenque. L’ha avute credetemi, Cassino l’ha avute, credete a chi in quei giorni l’ha veduta giacere sotto l’ala del destino in tutta la sua funebre grandezza! A chi l’ha veduta in quei giorni nella sua fatale bellezza di Ilio saettata dagli Dei!
Poi i miseri, poi gli ignoranti, poi gli sciacalli, con i fiumi di denaro pubblico arrivato in zona, in sessanta anni di “libertà”, l’hanno rifatta com’è.
Giunti al gomito della Casilina, ove sorgeva l’hotel Continental, una sosta s’impone d’obbligo per rievocare e raccontare ai miei giovani accompagnatori. Questo luogo, mai conquistato, punto di raccordo tra tutti i capisaldi sparsi per la città, era il covo del comando della piazzaforte. Dall’hotel e dalle caverne dietro ad esso scavate, al piede della montagna, guidava la lotta prima il capitano Ferdinand Foltin, poi il maggiore Rudolph Rennecke, qui proprio ove ora noi siamo, il 21 Marzo 1944, cadeva il tenente Siegfried Rammelt. Da queste grotte sciamavano le pattuglie dei paracadutisti che giorno e notte seminavano il terrore tra le multirazze schiere degli invasori. Qui trovavano ricovero gli Sturmgeschutz III ed i Panzerkampwagen IV che quando uscivano in caccia non davano scampo ai carri nemici. Qui infine pulsava il cuore della lotta, si forgiava la volontà per essere invincibili e fluiva continua l’intelligenza della battaglia. Alla scoperta di questo “Sancta Sanctorum” porto la mia famiglia dietro un mostruoso edificio sorto ove più o meno era l’hotel Continental. Il rifugio scavato nella roccia, mezzo ostruito dalle nuove strutture, è ora un deposito d’immondizia nel quale non è possibile entrare. Le altre caverne sono trasformate in magazzini o garages murate o con saracinesche dietro ad altrettanti miserandi edifici.
Non so se voi abbiate mai visitato i campi di battaglia del nord Europa, della Francia, del Belgio, dell’Olanda e se conosciate con quanta cura, amore e rispetto si conservino, da quelle genti, le vestigia della passata guerra. Sulle Alpi le trincee, le ridotte, i percorsi della prima guerra mondiale sono addirittura oggetto di culto. Qui, ove è avvenuto uno dei più titanici scontri d’ogni tempo, ove ad una immensa armata d’eserciti invasori di tutto il mondo è stato sbarrato il passo da alcune falangi d’eroi guidate da condottieri superbi (le cui gesta si narreranno per millenni), qui dicevo, tutte le tracce di questa epopea sono state cancellate dalle brutture edilizie realizzate da alcuni poveracci ed il sacrario di queste gesta è stato ridotto ad un mondezzaio nascosto.

Ha! Italia, Italia, quanto ci si vergogna ad essere tuoi figli!

Fatto notare ai miei eredi uno degli aspetti della civiltà italica attuale, affinché ben se lo mettano in testa e lo elaborino per tutta la vita, proseguiamo per il punto di raccolta degli amici appassionati di storia.
Incontriamo tra tanti: Roberto Molle, Livio Cavallaro, Mauro Lottici, tutti ben noti in zona per la loro meritevole opera di conservazione della memoria storica del grande evento del secolo appena concluso. Livio Cavallaro, bravo autore di un serio libro sulle battaglie di Cassino nonché ufficiale della Folgore, si farà carico di illustrare a tutti i convenuti, gli eventi qui svoltisi dall’autunno del 1943 alla primavera del 1944, in particolare della genesi e dello sviluppo d’ognuna delle quattro battaglie. Roberto Molle oltre a responsabile della regia di tutta la manifestazione si interesserà dell’accoglienza dei vari partecipanti al raduno ed alle loro necessità logistiche dimostrando, oltre al solito entusiasmo, ottime capacità organizzative.

E’ con noi un gruppo di lavoro televisivo di La 7. Noto l’orientamento politico di quella televisione, non mi aspetto nulla di buono sia per imparzialità storica che per capacità tecniche e narrative dalla trasmissione in gestazione. In effetti è così. Vedremo, passato qualche giorno, una pessima messa in onda che di documentario ha ben poco, con errori storici da far accapponare la pelle (la divisione paracadutisti Herman Goering a Cassino non c’è mai stata) il cui fine è solo quello di sempre, mistificare e plagiare le masse ignoranti. Dopo aver cercato per tutta la trasmissione di dimostrare, con varie interviste guidate, quanto fossero “cattivi” tedeschi e guerra, divertente si rivela quella della signora d’Esperia che sull’uscio di casa sua, tra il disagio dell’intervistatore impreparato a questo sfogo, tesse le lodi delle truppe germaniche, impeccabili ed umane nei rapporti con la popolazione la quale le stimava per il loro comportamento corretto, educatissimo ed il loro valore, mentre la medesima signora riversa tutto il suo disprezzo, timore e risentimento verso gli eserciti invasori, i crimini dei quali, in quelle zone, non hanno bisogno di essere narrati. Come pure divertente è la considerazione, del tutto ingenua, della stessa intervistata, sul fatto che gli Alleati non sarebbero mai stati capaci di passare oltre senza le bande dei goum marocchini alle quali era stata promessa mano libera sulle popolazioni, o la considerazione che il solito televisivo tentava di metterle in bocca, secondo cui la terra dei Cesari, di Dante e di Michelangelo doveva essere debitrice della sua “nuova libertà” anche alle bande dei goum marocchini di Ausonia ed Esperia poiché questi combattevano (per soldi e per rapina come da contratto con i francesi) i soldati germanici, personificazione della barbarie e del male. Ma mi faccia il piacere il poveretto televisivo!

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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