DOV'E' CADUTO IL TENENTE RAYMOND JORDY ?
Data: 21/05/2008Autore: ALBERTO TURINETTI DI PRIEROCategorie: RicercheTag: #gennaio 1944, colle-belvedere, ravin-gandoet

DOV'E' CADUTO IL TENENTE RAYMOND JORDY ?

Sono trascorsi parecchi mesi da quando Frédéric Gros, un avvocato parigino, si è rivolto al sito, cercando notizie del nonno, il tenente Raymond Jordy, caduto nelle vicinanze dell’Olivella, il 4 febbraio 1944, alla conclusione della ormai celebre battaglia del Belvedere.
Da parte sua Frédéric, insieme al fratello Ludovic, si era impegnato a raccogliere tutto quanto era stato conservato in famiglia: lettere, memorie, documenti, fotografie.

Come succede spesso, il passato ritorna.

Il nonno era caduto in Italia, era stato un eroe, gli avevano persino dedicato un corso della scuola per Allievi Ufficiali, ma gli anni ne avevano offuscato la memoria.
Allora i due nipoti erano partiti alla riscoperta della sua vita militare, ma soprattutto della sua sorte sfortunata.
Da quel primo messaggio di Frédéric ne era nata una fitta corrispondenza con il capitano Livio Cavallaro e con chi scrive queste note.
I due fratelli erano persino venuti a Cassino, dove, guidati dallo stesso Cavallaro e assistiti da Roberto Molle, erano saliti a piedi fino alla quota 862, dove infuriarono i combattimenti tra il 25 gennaio ed il 3 febbraio di quel 1944 e dove l’11a compagnia del III battaglione del 4° reggimento Tirailleurs tunisini, comandata dal tenente Jordy, aveva prima conquistato quell’altura e poi l’aveva difesa dai contrattacchi tedeschi.
Tornati a Parigi avevano ripreso le loro ricerche, contattando gli ultimi reduci di quel battaglione.
Uno di loro, il colonnello Marius Lagrange, allora giovanissimo sottufficiale, ha inviato loro una relazione sulla morte del nonno, redatta nel gennaio 2008, che, malgrado il tempo trascorso, è una testimonianza preziosa e dettagliata, corredata da uno schizzo del luogo dove è avvenuta la tragedia.

Ma dove cadde il tenente Jordy ?
Era una domanda ancora senza risposta.

La figura del tenente Jordy è ormai consacrata alla storia da un libro, « Le Bataillon du Belvedere », scritto dal generale René Chambe, pubblicato in Francia nel 1953 e persino tradotto in un’edizione in lingua italiana, nel 1967.
L’ultimo capitolo di questo volume è dedicato alla morte del giovane ufficiale, però il racconto, leggermente romanzato, non aiuta a trovare una risposta precisa.
Chambe racconta che il maggiore Gandoet, comandante del battaglione, al momento di attuare il rimpiazzo del proprio reparto attese che tutte le compagnie avessero lasciato la montagna, prima di abbandonare lui stesso con un piccolo gruppo quel Belvedere tanto conteso. Dalla narrazione appare evidente che mentre i superstiti delle varie compagnie seguirono un percorso che li avrebbe portati a Caira attraverso la strada di Terelle, ben riparati dagli osservatori tedeschi in agguato sul Monte Cifalco, il maggiore, forse preoccupato per l’imminente imbrunire, scelse di scendere direttamente dal Belvedere, puntando verso l’abitato di Sant’Elia Fiumerapido, che potevano vedere in ogni momento.

L’unico particolare che può aiutare è che il gruppo di ufficiali e soldati scese dal Belvedere nel pomeriggio di quel 4 febbraio 1944.

Frédéric mi ha inviato altri due documenti.

Il primo è il diario storico del III battaglione, redatto e sottoscritto dallo stesso maggiore Gandoet il 6 febbraio 1944: un documento ufficiale, senza fronzoli, molto secco, dal quale veniamo tra l’altro a sapere che il battaglione è a riposo nella Valle dell’Inferno, luogo ben poco invidiabile.
Alla data del 3 febbraio, il maggiore annota che alle 14,30 perviene l’ordine del cambio. Il III battaglione sarà sostituito nelle ore successive dal I e dal III battaglione del 3° reggimento Tirailleurs algerini.
Il giorno successivo, il 4 febbraio, l’unica annotazione è la seguente:

« Il Battaglione raggiunge il "Ravin de l’Inferno". Alle 17, ai piedi di 382, tre salve di artiglieria: il Tenente JORDY e l’Aiutante DICK sono uccisi; il Maggiore GANDOET e il Dottore REVALONANOSY, leggermente feriti. »

Nulla di più, ma con due particolari importanti : l’orario, le 17, e un riferimento ai piedi della quota 382 del Belvedere, un dato essenziale per la ricerca.

Il secondo è il testo del discorso tenuto dallo stesso Gandoet, ormai generale, alla cerimonia per la nomina degli Allievi Ufficiali del corso dedicato al « Lieutenant Jordy ».

« Era l’ultima marcia... - recita il testo - verso il riposo... Il tenente Jordy e l’aiutante Dick discutono sull’itinerario migliore. Si può passare a destra o a sinistra di una "lama di coltello". Taglio corto dicendo : facciamo quello che vuole Jordy. Passiamo a sinistra in due piccole colonne...
Un primo scatto, fino alla piccola casa dei pastori a 300 metri circa;
Un secondo scatto, fino a Sant’Elia, senza fermarsi. »

Un altro partcolare, la piccola casa dei pastori.

E veniamo all’ultimo documento, la relazione scritta nel gennaio 2008 dal colonnello Marius Lagrange.

« Poco prima di lasciare il posto di comando del battaglione – scrive l’anziano ufficiale - il maggiore diede delle direttive affinché il personale si dividesse in gruppi per evitare di essere visto dall’artiglieria tedesca...
Il maggiore designò il dottor Ravelonanosy, il tenente Jordy, il maresciallo Dick, la sua ordinanza Gacem Mohamed e me, incaricandomi di raccogliere una squadra tra la sezione radio, il caporale Bocero e sei specialisti che si unirono a noi...
Arrivando verso il basso, approssimativamente ai piedi di 382, ci siamo trovati davanti un terreno scoperto impossibile da evitare perché le pareti rocciose da ambedue le parti erano impraticabili… Il maggiore ordinò di dividerci in due gruppi… con me sono venuti il dottore, il tenente Jordy, Dick e Gacem...
Alla fine della zona scoperta, ci fu il dramma davanti ai miei occhi. Ho visto le esplosioni di diverse granate, delle quali una sola esplose in mezzo al gruppo costituito dal maggiore che fu ferito ad un braccio e rimase intontito (la sua giubba era in parte strappata). Ho visto il tenente Jordy cadere indietro, ucciso netto da numerose schegge all’altezza del petto, ma che non avevano toccato il viso. Il Tirailleur Gacem aveva una parte del ventre e una gamba fatti a pezzi. Malgrado tutto ebbe la forza di prendere il suo pacchetto di medicazione e, vedendosi andare, di darlo al maggiore...
L’altra parte del gruppo era a qualche metro verso sinistra e un’altra granata cadde vicino uccidendo il maresciallo Dick e ferendo il dottore...»

Sembra dunque certo che il dramma si svolse ai piedi della quota 382, così come ha scritto nella relazione ufficiale il maggiore Gandoet.

« Dopo questa constatazione drammatica – continua il racconto di Lagrange – la mia decisione fu presa in fretta. Bisognava portare tutti al riparo del comando del reggimento il più velocemente possibile. Ho convinto il maggiore a farsi accompagnare fino ad una pista, dove passavano alcuni veicoli. Non fu facile il fargli abbandonare il luogo e non cessava di guardare "son Jordy, son Gacem et son Dick". Sostenendolo siamo arrivati alla pista.
Il luogo di questo dramma è situato molto più vicino all’Olivella che a Caira. »

Altre due indicazioni: la vicinanza all’Olivella e l’esistenza di una pista, strada o mulattiera.

I dati, compreso lo schizzo che ha inviato il colonnello Lagrange, sembrano essere sufficienti per un primo approccio su una mappa militare risalente all’epoca.
Prendendo come punti di riferimento la quota 382, il Rio Secco, l’abitato dell’Olivella e tracciando una linea retta lungo l’asse longitudinale tra la quota ed il piccolo torrente, si può misurare la distanza fra l’abitato e l’intersezione fra la linea ed il rio, calcolando così una distanza approssimativa fra il paese la zona dove avvenne il fatto : circa 250-300 metri. Tra la sponda attuale del Rio Secco ed il piede della montagna intercorrono circa 150 metri.

23 aprile 2008, lasciamo la macchina davanti alla Chiesa dell’Olivella, tenendo conto del fatto che il paese fu totalmente distrutto, specie a causa dei combattimenti che vi si svolsero il 26 e 27 gennaio 1944 quando esso fu prima rioccupato dai tedeschi e quindi attaccato a cannonate dai Chasseurs d’Afrique del 7° reggimento e dai carristi americani del «755th Tank Battalion ». Seguiamo a piedi la via Sferracavalli, che attraversa il paese in direzione di Cassino, fino alla prima via che devia a destra verso la montagna.
Accompagnato da Michele Palma che mi segue e mi incoraggia in questa singolare ricognizione, passiamo a guado il Rio Secco senz’acqua, sbucando in una via parallela al torrente, dove giriamo a sinistra, riprendendo la giusta direzione.

Sulla nostra destra appare una grossa cava in disuso e subito dopo una villetta nuovissima, seguita da un’altra casa in costruzione, mentre dietro le due abitazioni, proprio ai piedi della montagna, appare una vecchia costruzione rurale.
Se la geografia dei luoghi non cambia, certamente ambiente e paesaggio possono cambiare radicalmente... e infatti la strada che stiamo percorrendo non risulta dalle carte del 1944. La montagna ci appare coperta da un fitto bosco, eppure siamo arrivati ad una distanza dalla chiesa stimabile in 250-300 metri, tanto da presumere che siamo molto vicini a dove scoppiarono le granate.

Per fortuna la villetta è abitata.
Provo a chiedere a una signora che appare nel cortile.
Vorrei sapere se è del luogo.
Mi accoglie con molta diffidenza, chiama qualcuno all’interno della casa, mentre un cagnetto si lancia verso il cancello latrando come un forsennato. Esce un uomo di mezza età e gli spiego che cosa sto cercando. Si dimostra incuriosito e interessato. Lui è di Terelle, ma la famiglia della moglie è proprio dell’Olivella.
Chiedo se quella strada esisteva già durante la guerra ed interviene la moglie. No, non c’era. C’era un tratturo, una mulattiera con un muretto di pietra che proteggeva dal torrente.
E il sentiero, segnato sulla carta, che saliva verso la quota 382? No, non esiste più, è stato inghiottito dalla vegetazione. Mi spiegano che è tutto cambiato, anche la cava abbandonata è del dopoguerra.
Arrivano altre persone.
Passa una macchina e ne scendono due uomini.
Dopo pochi minuti ci ritroviamo in dieci, più il cagnetto ed un gatto.
Ognuno vorrebbe narrarci i suoi ricordi.
Una delle signore dice che la sua famiglia era sfollata sulla montagna, verso Terelle e che sua madre è stata violentata dai « marocchi ».
No i marocchini non c’erano, interviene un altro.
Nasce una disputa verbale su marocchini, tunisini e algerini che diventano « algeriani ».
I racconti si accalorano.
Ma, riesco a chiedere, quei salti di roccia dov’erano? Oggi non si vede più niente.
Si, c’erano delle rocce, dove oggi c’è la cava, sulla destra della villetta, guardando la montagna; poi ce n’erano delle altre, più a sinistra, dove ora c’è un folto bosco di pini, che è stato messo a dimora molti anni dopo la fine della guerra.
La diffidenza iniziale si è tramutata in un fiume in piena...
Non ce ne accorgiamo, ma passa più di un’ora...
Ringrazio, stupito da una così calda e simpatica accoglienza, della quale sono molto grato.
Proseguiamo per la strada deserta ed all’incrocio con quella per Caira incontriamo un omino che ci ha seguiti da lontano e sembra aspettarci. Lui durante la guerra c’era: era un bambino, ma c’era. Ci conferma l’esistenza dei salti di roccia, dove ora c’è il bosco di pini. Una volta sui pendii che salgono verso il Belvedere c’erano pascoli, prati per mucche e pecore

Il 26 aprile, ritorno per fare altre fotografie. Questa volta mi accompagna Roberto Molle, con Michele Palma ed un suo amico tedesco, Waldemar. Controlliamo di nuovo la zona, sotto l’occhio vigile e minaccioso del Cifalco. Saluto alcuni dei componenti della famiglia, ma abbiamo poco tempo, giusto per annotare che la strada che passa davanti alla villetta è l’attuale Via Rio Secco...

Torno a Torino e scrivo a Frédéric e Ludovic.
Forse abbiamo trovato il luogo o almeno ci siamo stati molto vicini.
Ringraziano di cuore anche Livio Cavallaro, Roberto Molle e Valentino Rossetti.

Intanto abbiamo un nuovo riferimento, la villetta nuova, la ‘maison neuve’ come l’ho definita nel messaggio ai due fratelli, facile da ritrovare.

A questo punto, proviamo a rifare il percorso del maggiore Gandoet e dei suoi compagni, dopo la lettura dei documenti e la ricognizione sul terreno.

E’ il primo pomeriggio del 4 febbraio 1944 e le consegne ai due battaglioni che subentrano vanno per le lunghe. Le richieste degli ufficiali sono molte e le raccomandazioni in un terreno così pericoloso sono meticolose.
Si arriva al pomeriggio inoltrato.
Si fa tardi.
Gandoet decide di scendere direttamente dal Belvedere, senza passare dalla più lunga strada Caira-Terelle, seguendo una linea retta che parte dalla quota 721.
La pendenza è forte, ma fino alla quota 382 ci sono solo pascoli, ed è facile occultarsi dagli occhi indiscreti del Cifalco, alla loro sinistra; la direzione è mantenuta dalla vista diretta delle case di Sant’Elia.
E’ probabile che il gruppo arrivi sul ciglio delle rocce, quelle che oggi sono nascoste dal bosco di pini, verso Caira, trovando un ostacolo insormontabile ; decidono di cercare un passaggio alla loro sinistra, ma ecco apparire l’altro salto di roccia.
Sono stanchi, sfatti dalla fatica.
Sta scendendo la notte e la cresta del Cifalco è lì davanti a loro.
Decidono di scendere per l’unica via possibile, affrontando il tratto scoperto.
La fortuna li assiste ed un gruppo è già arrivato al piano.
Poi, improvvisa, la tragedia.
Sono circa le 17 e cala la notte.
Nel buio il maresciallo Lagrange prosegue fino alla « pista », la strada per Caira, a pochi metri, dove a quell’ora i veicoli possono viaggiare, ma senza luci. Riesce a fatica a fermarne uno e a farvi salire i feriti.
Lui non lascia la zona fino a quando non saranno recuperate anche le salme...

Molti gli indizi che ci confortano: l’esistenza dei salti di roccia che costrinsero il gruppo a cambiare l’itinerario ; la conferma dell’esistenza di quel sentiero, oggi sparito, segnalato sulle carte dell’epoca e sullo schizzo inviato dal colonnello Lagrange; l’esistenza di una casa rurale proprio ai piedi della montagna, in corrispondenza dell’arrivo dell’antico sentiero, probabilmente quella che vedevano dall’alto; l’esistenza di una « piste », come la definisce Lagrange, l’antico tratturo o la strada per Caira, allora stretta e non asfaltata, entrambi a pochi metri dall’inizio del tratto in pianura.
Infine la distanza fra la chiesa dell’Olivella e la zona dove sorgono la vecchia casa rurale, la villetta e la seconda villetta in costruzione, assai prossime alla linea immaginaria che dalla quota 382 arriva al Rio Secco.

Resta un particolare irrisolto.
Nella sua relazione, il colonnello Lagrange afferma che:

« A qualche metro dal gruppo del maggiore c’era una scarpata di terra e di pietre, sostenuta dai resti di un piccolo muro di una casa distrutta da molto tempo. Era la vicinanza di questa scarpata che aveva reso necessaria la separazione del gruppo del maggiore. Ho sempre davanti ai miei occhi questa scarpata così come questo grande dramma. »

Dov’era questa scarpata? Dov’erano le rovine di quella casa?
Ancora un mistero da risolvere... e un buon motivo per tornare sul luogo...

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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