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UNA TRAGEDIA ITALIANA La Guerra era veramente agli inizi. I tedeschi inasprirono i controlli e dall’alto di Monte
Cifalco, di Monte Cairo e di Montecassino iniziarono a cannoneggiare colpi di mortaio verso est, dove ad
Acquafondata e Viticuso, alle spalle dei monti di Vallerotonda (m. 750) e dell’Aquilone (m. 1200) erano ormai
penetrati forti contingenti di Alleati, per lo più Francesi con truppe nordafricane ed Inglesi, provenienti da
Napoli, da Caserta e da Venafro, dove avevano insediato il loro Stato Maggiore assieme al grosso delle truppe
americane. S. Elia fu distrutta per il 91% e morirono 320 civili, mentre 97 furono i feriti. Lamenti, pianti ed urla strazianti si levavano fra le macerie del paese. Si cercò, quindi, di nuovo riparo sui monti circostanti. Alfredo, Elvira e parenti ritornarono sui colli di Campo di Manno. Intorno si sentivano ancora i cannoni tremare da Monte Cassino, da Monte Cairo e dai monti retrostanti Vallerotonda. Nel frattempo, proprio sui monti fra Valleluce, Valvori e San Biagio Saracinisco era in atto un’infuocata battaglia fra truppe francesi e canadesi, sostituiti dai fucilieri della marina italiana del battaglione Bafile il 9 aprile del 1944, da una parte e tedeschi dall’altra, nel tentativo dei primi, senza buon esito ancora, se non alla fine di maggio, di scacciare i teutonici da Monte Cifalco. Nel ritirarsi verso i ben difesi contrafforti del monte, i militari germanici, inseguiti da francesi ed italiani, lasciavano per via, incustoditi, centinaia di barattoli di vettovaglie, armi e munizioni. Nel salire verso Campo di Manno, Alfredo ed i compagni di sventura, raccolsero tutto quanto poterono, fra vettovaglie ed armamentari vari, per poter svernare ben approvvigionati e potersi difendere da eventuali agguati. Presero quindi possesso di alcune casupole disabitate. Si era ai primi di gennaio del 1944. Proprio il 14 di quel mese S. Elia Fiumerapido fu occupata da truppe magrebine dell’esercito Francese agli ordini del Maresciallo Juin ed il 16, due giorni dopo, gli alpini tedeschi della 1ª divisione austriaca presero possesso dei contrafforti di Monte Cifalco (m. 947), scavandovi nelle viscere rocciose ben 14 fortini ben armati e difesi. Proprio quel giorno, gli sfollati santeliani di Campo di Manno videro sopraggiungere un drappello di uomini
armati. Si guardarono sospettosamente gli uni con gli altri ed alla fine compresero che si trattava di cinque
soldati francesi nordafricani che scortavano, di nascosto ed in avanscoperta, il Generale Ricciotti Garibaldi del
Ricostituito Esercito Italiano con tanto di radio ricetrasmittente, per poter controllare la zona e tenere
informato il Comando Alleato. Si seppe così che soldati francesi, inglesi ed americani si erano impadroniti della
valle del Fiume Rapido e di S. Elia. Il loro quartier generale era proprio in pieno centro del paese, in quella
che era stata la casa del locale Podestà. Due giorni dopo, la radio del Generale tornò a gracchiare, invitando i civili ad abbandonare quanto prima quelle valli. A sera tardi del 18 febbraio gli sfollati furono fatti scendere a S. Elia dove li aspettava una colonna di una decina di camion francesi. WEBMASTER:
Giunsero così verso le 7 del mattino del 19 febbraio ad Acquafondata. L’altopiano che lo
divideva da Viticuso era disseminato, palmo a palmo, da macchine da guerra di ogni tipo : obici, mortai, cannoni,
mezzi blindati, camionette militari. Fra di esse e per le strade del paese era un via vai frenetico di soldati
francesi, americani ed inglesi mentre, in piazza, donne e uomini servivano agli
sfollati razioni di cibo : pane, latte ed una ciotola di minestra, sotto la direzione del facente funzione di
Sindaco, il parroco don Ettore. Gli sfollati santeliani furono fatti scendere dai camion e diretti verso il
ristoro, dove fu loro offerto del latte caldo e del pane. Faceva freddo, su quei monti fra la neve, ma ci si
sentiva al sicuro: a pochi chilometri a sud c’era il Comando Alleato di Venafro. Molti furono fatti proseguire
per quella direzione, altri restarono ad Acquafondata. La paura e l’indicenza li fece subito fraternizzare.
Molti, anche Alfredo ed Elvira, potettero trovare un tetto dove ripulirsi, lavarsi e sbarbarsi. Trascorse così
un mese: il fragore dei mortai e degli obici, rivolti verso la piana del Fiume Rapido verso S. Elia e Cassino
non aveva mai tregua e, di tanto in tanto, anche sui colli di Acquafondata e solo una volta nel centro abitato
caddero bombe nemiche. Dopo una notte di tranquillità ed una mattina di strano silenzio, d’un tratto si udirono
assordanti e cupi rombi di aeroplani. Il 15 marzo 1944 un nuovo violento bombardamento aveva ridotto in poveri pochi ruderi l’antica ed amata Cassino. Il 18 maggio la bandiera polacca avrebbe sventolato sulle rovine di Montecassino da dove erano stati evacuati i tedeschi. Ma quanto sangue! Dati articolo
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