Autore: BENEDETTO DI MAMBRO
Categorie: La tragedia dei civili
Tag: #pre ottobre 1943, #ottobre 1943, #novembre 1943, #dicembre 1943, #gennaio 1944, #febbraio 1944, #marzo 1944, aquino, bombingLa Guerra era veramente agli inizi. I tedeschi inasprirono i controlli e dall’alto di Monte
Cifalco, di Monte Cairo e di Montecassino iniziarono a cannoneggiare colpi di mortaio verso est, dove ad
Acquafondata e Viticuso, alle spalle dei monti di Vallerotonda (m. 750) e dell’Aquilone (m. 1200) erano ormai
penetrati forti contingenti di Alleati, per lo più Francesi con truppe nordafricane ed Inglesi, provenienti da
Napoli, da Caserta e da Venafro, dove avevano insediato il loro Stato Maggiore assieme al grosso delle truppe
americane.
Circa un mese dopo sembrò che fosse tornato un momento di calma. Molti santeliani ridiscesero dai monti pensando
di poter svernare tranquillamente nelle proprie case ed intanto si giunse fino al giorno della festa
dell’Immacolata : era l’8 dicembre del 1943. Festa tradizionalmente sentita ed importante per gli abitanti di S.
Elia. Molti, al mattino, si riversarono in piazza per assistere o partecipare alla processione; anche Alfredo ed
Elvira. Tutt’intorno, dalle sovrastanti creste di Monte Cifalco, i soldati tedeschi, ben rintanati nei loro
avamposti scavati nella roccia, sorvegliavano la valle del fiume Rapido fin giù in fondo a Cassino ed all’altura
del monastero benedettino di Montecassino. Verso le ore 11,30 scoppiò l’inferno preavvisato da un funesto rombo di
aerei. Ci fu il fuggi fuggi mentre dal cielo cadevano grappoli di bombe e dai monti si sentivano tuonare i cannoni.
S. Elia fu colpita in pieno, con crolli di case e violente vampate di incendi, mentre schegge e proiettili volavano
impazziti fra la gente che cercava riparo. Non lo sapevano, ma quella mattina era iniziata, non molto distante,
una furiosa battaglia, fra tedeschi da un lato ed americani ed un battaglione del ricostituito Esercito Italiano
dall’altro, fra i monti di Mignano Montelungo, nel tentativo di sfondare le linee germaniche e penetrare verso
Cassino.
S. Elia fu distrutta per il 91% e morirono 320 civili, mentre 97 furono i feriti. Lamenti, pianti ed urla strazianti si levavano fra le macerie del paese. Si cercò, quindi, di nuovo riparo sui monti circostanti. Alfredo, Elvira e parenti ritornarono sui colli di Campo di Manno. Intorno si sentivano ancora i cannoni tremare da Monte Cassino, da Monte Cairo e dai monti retrostanti Vallerotonda. Nel frattempo, proprio sui monti fra Valleluce, Valvori e San Biagio Saracinisco era in atto un’infuocata battaglia fra truppe francesi e canadesi, sostituiti dai fucilieri della marina italiana del battaglione Bafile il 9 aprile del 1944, da una parte e tedeschi dall’altra, nel tentativo dei primi, senza buon esito ancora, se non alla fine di maggio, di scacciare i teutonici da Monte Cifalco. Nel ritirarsi verso i ben difesi contrafforti del monte, i militari germanici, inseguiti da francesi ed italiani, lasciavano per via, incustoditi, centinaia di barattoli di vettovaglie, armi e munizioni. Nel salire verso Campo di Manno, Alfredo ed i compagni di sventura, raccolsero tutto quanto poterono, fra vettovaglie ed armamentari vari, per poter svernare ben approvvigionati e potersi difendere da eventuali agguati. Presero quindi possesso di alcune casupole disabitate. Si era ai primi di gennaio del 1944. Proprio il 14 di quel mese S. Elia Fiumerapido fu occupata da truppe magrebine dell’esercito Francese agli ordini del Maresciallo Juin ed il 16, due giorni dopo, gli alpini tedeschi della 1ª divisione austriaca presero possesso dei contrafforti di Monte Cifalco (m. 947), scavandovi nelle viscere rocciose ben 14 fortini ben armati e difesi.
Proprio quel giorno, gli sfollati santeliani di Campo di Manno videro sopraggiungere un drappello di uomini
armati. Si guardarono sospettosamente gli uni con gli altri ed alla fine compresero che si trattava di cinque
soldati francesi nordafricani che scortavano, di nascosto ed in avanscoperta, il Generale Ricciotti Garibaldi del
Ricostituito Esercito Italiano con tanto di radio ricetrasmittente, per poter controllare la zona e tenere
informato il Comando Alleato. Si seppe così che soldati francesi, inglesi ed americani si erano impadroniti della
valle del Fiume Rapido e di S. Elia. Il loro quartier generale era proprio in pieno centro del paese, in quella
che era stata la casa del locale Podestà.
Il Generale Ricciotti Garibaldi venne accolto calorosamente dagli sparuti santeliani ivi
rifugiatisi e lo tennero nascosto fra di loro in un capanno appartato. Ma avvenne anche qualcosa di inaspettato e
spiacevole: un pomeriggio Alfredo e fratelli sentirono urla di donna provenire dall’interno di una casa. Seppero
che tre soldati nordafricani avevano preso e condotto in quella casupola due ragazze santeliane. Fu il momento di
por mano alle armi raccattate per strada. Con due bombe a mano ciascuno, i tre fratelli irruppero nell’abitazione
ed intimarono ai nordafricani di fermarsi da ogni movimento. Li scacciarono, fra lo spavento delle ragazze,
dall’abituro ma nel frattempo anche una di esse fuggì. Aveva subito oltraggio e, disperata, andò a gettarsi in un
burrone delle gole del fiume Rapido! Furono tragedia, urla spintoni e la vita che ne seguì fu fatta di guardie
notturne e di diffidente convivenza. Alle ore 9,45 del 15 febbraio 1944 risuonarono fra quei monti gli echi di
fragori di bombe: era il primo bombardamento aereo Alleato su Montecassino. La gente corse ai ripari ed a
chiedere notizie al Generale: gli Alleati ritenevano che il Monastero benedettino fosse una fortezza tedesca.
D’altronde, impantanati com’ erano fra la palude del piano inondata dalle acque del Rapido, fatto appositamente
straripare dai tedeschi, avevano fretta di aprirsi un varco verso Roma.
Due giorni dopo, la radio del Generale tornò a gracchiare, invitando i civili ad abbandonare quanto prima quelle valli. A sera tardi del 18 febbraio gli sfollati furono fatti scendere a S. Elia dove li aspettava una colonna di una decina di camion francesi.
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La vicenda degli sfollati è riportata nell'articolo:
La storia di un gruppo di profughi del comune di Sant'Elia Fiumerapido che cercando di fuggire alla guerra incontrano, loro malgrado, la morte.
16/10/2003 | richieste: 6000 | BENEDETTO DI MAMBRO
La tragedia dei civili | #febbraio 1944, civili, sant'elia-fiumerapido, vallerotonda
Giunsero così verso le 7 del mattino del 19 febbraio ad Acquafondata. L’altopiano che lo
divideva da Viticuso era disseminato, palmo a palmo, da macchine da guerra di ogni tipo : obici, mortai, cannoni,
mezzi blindati, camionette militari. Fra di esse e per le strade del paese era un via vai frenetico di soldati
francesi, americani ed inglesi mentre, in piazza, donne e uomini servivano agli
sfollati razioni di cibo : pane, latte ed una ciotola di minestra, sotto la direzione del facente funzione di
Sindaco, il parroco don Ettore. Gli sfollati santeliani furono fatti scendere dai camion e diretti verso il
ristoro, dove fu loro offerto del latte caldo e del pane. Faceva freddo, su quei monti fra la neve, ma ci si
sentiva al sicuro: a pochi chilometri a sud c’era il Comando Alleato di Venafro. Molti furono fatti proseguire
per quella direzione, altri restarono ad Acquafondata. La paura e l’indicenza li fece subito fraternizzare.
Molti, anche Alfredo ed Elvira, potettero trovare un tetto dove ripulirsi, lavarsi e sbarbarsi. Trascorse così
un mese: il fragore dei mortai e degli obici, rivolti verso la piana del Fiume Rapido verso S. Elia e Cassino
non aveva mai tregua e, di tanto in tanto, anche sui colli di Acquafondata e solo una volta nel centro abitato
caddero bombe nemiche. Dopo una notte di tranquillità ed una mattina di strano silenzio, d’un tratto si udirono
assordanti e cupi rombi di aeroplani.
Erano a centinaia ed oscuravano il cielo: provenivano da sud ed erano diretti verso nord. Erano le otto del
mattino del 15 marzo 1944. Alfredo ed Elvira e molta altra gente corse verso le alture delle Serre (m. 1000), da
dove era possibile avere sotto gli occhi l’intera vallata del Rapido, Cassino e Montecassino. Da lì assistettero
all’inferno. Gli aerei, giunti sopra Cassino, cominciarono a vomitare tonnellate di bombe di grosso calibro
sull’abitato sottostante e sul Monastero di Montecassino. Il martirio di Cassino non era finito il 15 febbraio e
non aveva fine. La città ed il monastero sul monte che la sovrastava iniziarono a saltare in aria fra cupi rumori
di bombe e la polvere nera che si alzava addensandosi nell’aria. Ruderi e macerie ne restarono dopo ben sette ore
di bombardamento. Gli sfollati guardavano increduli e con le lacrime agli occhi: era la fine di tutto? Sarebbe
poi tutto risorto? E come?
Il 15 marzo 1944 un nuovo violento bombardamento aveva ridotto in poveri pochi ruderi l’antica ed amata Cassino. Il 18 maggio la bandiera polacca avrebbe sventolato sulle rovine di Montecassino da dove erano stati evacuati i tedeschi. Ma quanto sangue!
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