Autore: BENEDETTO DI MAMBRO
Categorie: La tragedia dei civili
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Cervaro, Terelle, le alture fortificate di Montecassino, di Monte Cairo, con i Colli Abate e Belvedere (m. 800
circa) e tutti gli altri paesi ed altri avamposti delle contigue vallate solcate dai fiumi Rapido, Liri e Melfa.
La gente del luogo si era, nel frattempo, pur se forzosamente, abituata a convivere con quelle presenze armate che
sorvegliavano sospettosamente ogni mossa che uscisse dalla tacita convenzionalità che li costringeva a quella
strana vita in comune. I bambini avevano ribattezzato con nomi approssimati i soldati tedeschi e chiedevano loro
latte ed uova mentre quei militari d’oltr’Alpe chiedevano o razziavano, ai genitori di quei bambini, pecore,
galline e maiali: ad unirli era la fame e l’istinto di sopravvivenza oltre alla vicendevole circospezione.
D’altronde (i tedeschi ne erano a conoscenza mentre per nulla la gente del posto) gli Americani, provenendo da sud,
si erano già da qualche mese attestati a Venafro, a poco più di una trentina di chilometri a sud di Cassino e,
assieme a Francesi ed Inglesi, si erano infiltrati con artiglierie e mezzi corazzati fin sulle alture dei villaggi
montani di Acquafondata e Viticuso (entrambi ad oltre m. 900 di altitudine), sul lato diametralmente opposto a
Montecassino.
Da parte degli Alleati c’era la necessità di prendere Cassino ed aprirsi la strada per Roma, da
parte dei tedeschi quella di osteggiarli e sbarrargli l’avanzata sulla Via Casilina. Per i civili italiani di quel
lembo di territorio si preparavano tragici momenti ma ne erano del tutto ignari continuando, pur fra gli "alt" e
gli "sneil" di quei soldati e le difficoltà logistiche ed alimentari di quei momenti, la vita dei campi e della
pastorizia.
All’aeroporto di Aquino, intanto, dopo quel terribile ed inaspettato bombardamento aereo del 19 luglio 1943, tutto
si era rimesso in moto per riparare, per quanto possibile, i danni ad aerei, casermette ed alla pista, agli ordini
del Capitano Alberighi. Gli avieri ripresero man mano, seppur molto turbati, i servizi giornalieri ed i giorni
passavano lenti e caldi. Trascorsero, così, poco più di quaranta giorni. Superato quell’afoso mese di agosto del
’43, settembre sopraggiunse quietamente ma carico di insidie. L’8 di quel mese la radio diramò l’avvenuto
armistizio firmato fra il nuovo Governo Badoglio, a nome del Regno d’Italia, e le Forze Alleate. Lo smarrimento fu
forte: che fare di fronte a quell’improvviso capovolgimento di fronte? Da che parte schierarsi? Quale sarebbe
stata la reazione dei Tedeschi, fino ad allora alleati dell’esercito italiano? E, dopo tutto, proprio i Tedeschi
erano ancora lì, in mezzo a loro, arroccati sui monti circostanti e fra la gente dei paesi circonvicini. Il
Capitano Alberghi cercò di tenere calmo ed unito il proprio contingente di avieri, in speranzosa attesa di
eventuali nuovi ordini. La radio tacque per due giorni finchè, la mattina del 10 settembre, una colonna armata di
soldati tedeschi fece irruzione nel campo di Aquino assumendolo perentoriamente sotto i propri ordini. Fortuna
volle che non ci furono né violenze ne combattimenti armati, tanto erano smarriti e stupefatti gli avieri del
Capitano Alberghi.
Quel giorno e la notte fra il 10 e l’11 settembre furono tenuti raggruppati e guardati, sotto la minaccia delle armi, dal contingente tedesco. All’indomani mattina, dopo qualche ora di trattative con i Comandanti tedeschi, Alberighi radunò i propri uomini e, con rabbia ed amarezza, li invitò ad abbandonare quello che per lunghi mesi era stato il "loro campo" e a disperdersi per raggiungere, possibilmente, le proprie case e le proprie famiglie. Si abbracciarono fra loro lungamente piangendo di gioia, un po’ spaesati, fra disperazione e paura del futuro. Era tutto così improvviso e difficile e non tutti sapevano come e dove andare. Alcuni, poco dopo, seguirono il capitano Alberghi verso Pontecorvo; altri si incamminarono in direzione di Roma, seguendo, nascosti fra gli alberi e le siepi, la vicina ferrovia Cassino-Roma o la via Casilina; altri ancora si dispersero verso sud per cercare di far ritorno a casa, chi nelle vicino Cassino, Sant’Apollinare, Cervaro e chi verso Caserta e Napoli, con il tumulto nel cuore fra speranza e timori.
Alfredo inforcò una bicicletta e si diresse, lungo la Casilina, verso Cassino per poi poter risalire fino a S. Elia. Sudava, rideva, piangeva ed intanto pedalava forte al sole di quella radiosa e calda mattina di settembre. La strada asfaltata bolliva e, lungo i lati, squadre di militari tedeschi marciavano in fila verso Cassino dietro mezzi blindati o camionette. Sentiva il suo cuore battere forte, Alfredo dentro si sentiva libero, sollevato e con il pensiero a S. Elia ed alla sua Elvira, ma cupi presagi lo tormentavano al solo vedere quelle colonne armate di militari tedeschi e solo a ripensare a quel perentorio scioglimento del suo contingente senza alcun ordine preciso: la guerra era finita o si era solo all’inizio? Intanto era giunto alle porte di Cassino in rione Colosseo e si apprestava ad attraversare il centro abitato per poi proseguire verso nord, lungo la via Sferracavalli, per raggiungere a soli 6 km di distanza la sua S. Elia. La gente continuava a vivere normalmente con un via vai frettoloso per le vie cittadine pur tra mezzi armati e militari tedeschi che affollavano il centro di Cassino, guardato a vista da squadre ben fortificate fra le alture di Montecassino.
Alfredo stava proprio attraversando in bicicletta, verso le ore 12 dell’11 settembre 1943, il
centro di Cassino, nei pressi di via Riccardo da San Germano, quando si sentì un lontano rumore di aerei
avvicinarsi, un lungo crepitio di mitragliatrici sganciò lungo le strade di Cassino migliaia di proiettili, con
conseguente fuggi fuggi di gente sorpresa e spaventata.
Alfredo cadde con tutta la bicicletta in un fossato a lato della strada rimanendovi come incassato ed immobile per
minuti che sembrarono ore interminabili.
La caduta gli procurò lesioni al pube e cominciò a perdere sangue. Si rialzò indolenzito e privo di orientamento;
il tempo di riprendersi e di far mente locale e subito riprese a pedalare verso Sant’Elia, dove giunse nel giro di un
quarto d’ora, in piazza Risi, all’ imbocco della Villa Comunale e stramazzò a terra. Fu subito soccorso e portato
dal medico dott. Abeti. Elvira accorse in lacrime spaventata e lo vegliò fino al mattino seguente, quando Alfredo
riprese conoscenza e potette alzarsi dal letto. Seppe che il raid aereo aveva colpito anche S. Elia, ancora terra
di nessuno, e che molti suoi compaesani erano già fuggiti via per i monti circostanti : Valleluce, Radiccio, Capo
di Manno ed il Monte Castellone. Con Elvira, fratelli e cognati, anche lui, raccattate poche cose essenziali in
uno zaino, prese la via di Campo di Manno, un’ora a piedi da S. Elia, verso le colline di Vallerotonda e Valvori,
seguendo dall’alto la riva sinistra del fiume Rapido.
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