Autore: COSTANTINO JADECOLA
Categorie: La tragedia dei civili
Tag: #dicembre 1943, cardito, civili, collelungo, violenze-saccheggi-eccidiDomenica Di Mascio, che si era nascosta dietro un masso, quando tutto è ormai calmo, prende una mulattiera e si dirige a Picinisco. Così fa anche il figlio, Luigi Rongione, ma in tempi diversi da quelli della madre, che casualmente incontrerà a Picinisco dove "compare" anche Alberto Donatella, un altro degli scampati.
Pierino, Elvira ed Antonietta Di Mascio aspettano, invece, che scenda la notte. Poi si aprono un varco tra i cadaveri e "una volta fuori", racconta Pierino,
"io e le mie sorelle, inebetiti dallo spavento e dal dolore per quell'orribile assassinio che aveva distrutto la nostra
famiglia, non pensammo ad altro che a fuggire. Vagammo per alcune ore per la montagna senza una meta, come degli
allucinati. Abbiamo incontrato sul nostro cammino pattuglie e postazioni tedesche: non ci dicevano altro che di
camminare.
Dopo chilometri di sentieri ci siamo ritrovati allo scoperto, dalle parti di Cardito. Ma senza avere paura.
L'emozione della strage era stata così forte da renderci indifferenti ad ogni cosa. Dopo aver visto la morte in
faccia, come ci era capitato a Collelungo; ormai non ci importava più niente di niente.
Ma stavolta non accadde nulla. Anzi, i tedeschi ci regalarono un filone di pane. Poi ci caricarono su un autocarro
sul quale erano già altri civili, in maggioranza bambini, ed iniziammo la nostra odissea."
Il sangue dei morti di Collelungo arrossa l'acqua del rio Chiaro. Ma a valle nessuno se ne accorge. E restano soli ma non dimenticati.
Quando l'ultimo dei superstiti lascia il luogo della tragedia sul greto del rio Chiaro, tra le pendici innevate di
monte Mare e di monte Cavallo, i morti di Collelungo riposano nella pace eterna senza che un segno di cristiana
pietà indichi, a chi si fosse trovato a passare per quel luogo, la loro presenza.
Alla neve che i tedeschi hanno gettato su quei corpi dopo il massacro altra se ne aggiunge a cancellare ogni
penosa traccia ed altra ancora a proteggerli nella loro provvisoria sepoltura.
Poi scompaiono tra gli scheletri dei faggi e, dopo l'ultimo spuntone di roccia, di essi si perde ogni traccia.
Potevano non esserci testimoni. Ma il caso ha voluto che ce ne siano stati. Ed Ernesto Rongione, Carlo Dattilesi,
fino a quando non è stato ucciso giù a Costa San Pietro, Giuseppe Di Mascio, Domenica Di Mascio, Luigi Rongione,
Alberto Donatella, Pierino, Elvira e Antonietta Di Mascio mentre corrono via da quell'inferno, chi verso valle,
chi tra i boschi, ognuno si porta dietro l'orrore di quegli attimi.
Quei pianti, quelle urla, quelle preghiere strozzate in gola. Quel lugubre e ritmico suono della mitragliatrice.
Quel sangue di cui portano traccia sui loro vestiti.
Ogni attimo di vita vissuto dopo quell'inferno è per essi un di più di cui non sanno se rendere grazie o meno.
E poi, il non poterne parlare con nessuno. Il non poter esternare a qualcuno ciò che ad essi è accaduto e il dramma che stanno ancora vivendo.
Se incontrano qualcuno, essi incontrano soldati e solo soldati; tedeschi e solo tedeschi.
Non ci provano nemmeno perché, oltretutto, dice Pierino Di Mascio,
"loro non capivano l'italiano e noi non capivamo la loro lingua".
E, poi, perché dirlo proprio a loro? D'accordo, sono anche gentili, a Pierino Di Mascio danno persino un filone di pane, ma come non tener conto che altri di loro, con la loro stessa divisa, hanno ucciso? Hanno ucciso delle persone con le quali c'era uno stretto rapporto di parentela ma se anche non c'era un rapporto di parentela c'era, comunque, qualcosa che va al di là della stessa amicizia per via del fatto di essere nati e cresciuti insieme in un piccolo fazzoletto di terra dove al mattino si dice "aiutati che Dio ti aiuta" e dove, per forza di cose, non si può vivere se non tutti per uno ed uno per tutti.
Dei quarantacinque che erano, quel giorno di ottobre, ne restano otto; ognuno si allontana sempre più dall'inferno per la strada che il destino propone.
Questi i nomi delle vittime:
Non sono noti i nomi dei quattro soldati del disciolto esercito italiano unitisi al gruppo con cui condivisero la tragica fine, con essi i morti salgono a 42.
Costantino Jadecola
Tratto da: "Linea Gustav", Edizione 1994. - Centro Studi Sorani "V.Patriarca", Sora.
Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.
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