Autore: COSTANTINO JADECOLA
Categorie: La tragedia dei civili
Tag: #dicembre 1943, cardito, civili, collelungo, violenze-saccheggi-eccidiIl cielo si schiarisce lentamente, illuminandosi sempre di più. In molti sono già in piedi ma qualcuno dorme ancora. Si accende il solito fuoco e si riscalda qualcosa da buttare in corpo: tutto si svolge tale e quale alle altre mattine, come se fosse una consuetudine consumata, anche se, stando alle frammentarie notizie della sera precedente, quella potrebbe essere una giornata diversa: qualcuno pensa di poter tornare a Cardito già al tramonto di quel giorno, massimo il giorno dopo.
S’intravede una pattuglia tedesca scendere dalla montagna: ne passano tante da quelle parti che non è proprio il
caso di preoccuparsi. Ed ognuno, perciò, continua a fare ciò che sta facendo senza preoccuparsi più di tanto.
Anzi, quando quella pattuglia è giunta in prossimità dell'accampamento, qualcuno si "azzarda" anche a chiedere
notizie sugli "americani".
Ma senza avere risposta. Piuttosto, l'impressione che se ne riceve, è tutt'altro che rassicurante.
È questioni di attimi. E s'intuisce che quella non è una visita di cortesia. Nella mente degli sfollati balenano
tante cose, la più pessimistica delle quali è che siano venuti per mandarli via. I tedeschi, infatti, disponendosi
a cerchio, con movimenti secchi e violenti, li fanno riunire su un lato della radura. Pierino Di Mascio ricorda:
"Prima della paura, noi tutti provammo stupore anche perché non era mai accaduto che ci trattassero in questo modo."
Ma che non erano venuti per mandarli via lo si capisce un attimo dopo quando i soldati cominciano a sistemare una mitragliatrice con la bocca puntata verso gli sfollati. Antonio Di Mascio intuisce che qualcosa di grave sta per accadere e grida rivolto ai familiari:
"Ho tutti i documenti, tutte le 'carte' e i soldi nella mia giacca. Se qualcuno di noi si salva.
Poi abbraccia la moglie Teresa che stringe a sua volta tra le braccia il più piccolo dei loro figli, Domenico, un
anno compiuto tre giorni prima, proprio il giorno di Natale.
I bambini piangono. Qualche donna s'inginocchia e prega. Qualcuno implora. Angelina Di Mascio stringe più forte
sul seno, quasi a soffocarla, la sua bambina, Addolorata, un mese proprio quel giorno e, in questo mese, nemmeno
un prete per battezzarla. Si getta ai piedi del sergente tedesco che ha tutta l'aria di comandare la pattuglia ed
urla pietà, con quanto fiato ha in gola, per la sua bambina. Per tutti i bambini. Per lei e per gli altri.
Per tutta risposta il sergente le sferra un calcio sul viso ed Angelina rovina in terra cercando come può, nella
caduta, di proteggere il corpicino di Addolorata: nemmeno il tempo di riprendersi per rendersi conto che sta per
morire con Addolorata tra le braccia, quanto basta al sergente per estrarre la pistola dalla fondina e sparare,
senza esitazione e senza pietà, su madre e figlia.
Come quei colpi riecheggiano nella vallata, proprio allora ha inizio il terrificante concerto della mitragliatrice: il massacro di Collelungo.
Un attimo prima, Ernesto Rongione lancia un
"si salvi chi può!"
e poi cerca scampo dietro uno spuntone di roccia da dove, impotente, segue tutto l'evolversi della tragedia.<
Pierino Di Mascio fa appena in tempo a far segno alle due sorelle più piccole, Elvira ed Antonietta, di nascondersi da qualche parte perché, dice,
"dov'ero io c'era già mio fratello con mia madre."
Poi, aggiunge:
"Non ci fu più scampo. L'unica cosa che in quell'attimo riuscii a realizzare fu che sarei morto. Mi ricordo che 'qualche cosa', una pallottola probabilmente, mi passò tra i capelli. Istintivamente mi buttai sulle mie due sorelle che erano poco distanti e le travolsi nella caduta. Per la violenta emozione, svenimmo tutti e tre."
Domenica Di Mascio ripara dietro un masso; così pure Carlo Dattilesi e Giuseppe Di Mascio, che viene colpito da
una pallottola al braccio. Luigi Rongione finisce nel gruppo con il fratello Giovanni e Alberto Donatella.
Urla, invocazioni, preghiere nemmeno si ha il tempo di farle che vengono soffocate in gola. I corpi si ammassano
su altri corpi già privi di vita.
Gli ultimi colpi riecheggiano nella vallata mentre colpiscono, poco più in là, i quattro soldati italiani.
Il sangue arrossa la neve e sul greto del rio Chiaro a Collelungo cala il silenzio della morte. Un doloroso
rosario di nomi di uomini, donne, bambini. Quest'ultimi sono quindici, ma, in totale, i morti saranno 41. Intere
famiglie decimate, come quella dei Bencivenga o della piccola Addolorata Di Mascio.
Su quell'ammasso di corpi senza vita, quasi per occultare allo sguardo del cielo le loro vittime, i tedeschi
distendono frasche di faggio e neve.
Poi proseguono per la loro strada come se nulla fosse accaduto.
Ma a Collelungo non è tutto morte.
Infatti, poco dopo che i tedeschi si sono allontanati, Ernesto Rongione, Carlo Dattilesi e Giuseppe Di Mascio,
quest'ultimo ferito ma non gravemente, fuggono per i boschi verso valle. Ma quando sono a Costa San Pietro, subito
dopo che sono usciti da dietro una roccia, si trovano la strada sbarrata da una pattuglia tedesca.
I soldati aprono il fuoco. Una pallottola colpisce Carlo Dattilesi che muore all'istante: è la quarantaduesima
vittima di Collelungo.
Ernesto Rongione e Giuseppe Di Mascio alzano le braccia e la fanno franca.
Sul greto del rio Chiaro a Collelungo, intanto, tra quell'ammasso di corpi ve ne sono alcuni ancora in vita. Racconta Pierino Di Mascio:
"Quando ripresi i sensi, mi ritrovai sotto alcuni corpi dai quali
mi colava addosso il sangue. 'Stò morendo anch'io', pensai, e mi misi a piangere. Ma poi sentii una voce di donna,
seppi poi che era Domenica Di Mascio, bisbigliare: - Zitti! Non fatevi sentire altrimenti i tedeschi ritornano
e ci ammazzano.
Anche le mie sorelle, che erano rimaste incolumi, ripresero conoscenza: tenendoci per mano restammo fermi, così,
per alcune ore."
Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.
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27/12/2024 | richieste: 721 | ALBERTO TURINETTI DI PRIERO
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