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John Huston - SAN PIETRO, il documentario
Data: 08-08-2001Autore: MARCO PELLEGRINELLICategorie: I luoghiTag: #dicembre 1943, filmografia, huston-john, protagonisti, san-pietro-infine
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Tecnica

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La fotografia grigia e grezza "capta la miseria e il sudiciume dell'ambiente senza trascurare la dura, elementare bellezza del paesaggio montuoso" (Morandini 37). Rimane, comunque, una fotografia artistica che riesce a esaltare la naturale bellezza di alcuni elementi ambientali, come la chiesa: come sostiene Nichols in Reality :

. formally, the composition and chiaroscuro qualities of the images render the church as an object of intrinsic beauty.

La narrazione, come evidenza Morandini "è sobria e misurata, aliena da ogni retorica, ma sincera nella sua ammirazione per il coraggio dei soldati, pregnante nella descrizione della vita militare, perspicace nell’analisi della psicologia dell’uomo arruolato" (37). Come sostiene Bill Nichols:

Huston departs from the more highly poetic narration of Pare Lorentz's films like "The River" and refrains from the exhortative tone of most World war II documentaries such as the "Why we" fight narrated by his father, Walter Huston.

È importante sottolineare come la narrazione sia parte integrante delle immagini: durante tutto il documentario, infatti, lo spettatore vede ciò che la voce narrante afferma; le immagini seguono il commento e lo completano. La narrazione, in altre parole, non fa altro che mettere a fuoco un concetto che è già insito nelle riprese cinematografiche: ne è un esempio il tono ironico di Huston che, sulle immagini dei campi devastati dalla guerra, recita:

. l'anno scorso fu una cattiva annata per i vigneti e oliveti.

Come sostiene Bill Nichols:

Commentary gives didattic orientation toward the argument. In "The battle of San Pietro", Huston's ironic remarks ("last year was a bad year for grapes and olives") form the scaffolding for our construction of the argument so that we regard the images as supporting material, illustrative of an argument carried by tone more than assertions.

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Lo stretto legame tra immagini e commento contribuisce, inoltre, a dare una maggiore chiarezza narrativa alle vicende raccontate: lo spettatore in questo modo sa quali immagini si riferiscono alla battaglia effettiva e quali si riferiscono, invece, al dopo e ai mesi precedenti. Huston, infatti, arriva in Italia nell'autunno del 1943 ed è da quel momento che comincia a registrare le sequenze che poi entreranno a far parte del documentario The Battle of San Pietro. La narrazione, così, si lega alle immagini, ad esempio, per sottolineare gli effetti devastanti della guerra sulla natura e sulle opere dell’uomo. In che modo? Attraverso l’ironia, ad esempio. Il documentario, non a caso, si apre con la bellezza paesaggistica della valle del Liri ripresa da lontano, seguita subito dopo da immagini più ravvicinate, che mostrano la stessa travolta e devastata dalla furia della guerra. Come afferma Nichols:

. in the opening sequence, Huston evokes that which is tangibly absent from these shots of agrarian countryside but wich has visual signs or correlations: the war itself. We see no soldiers, nor any instrument of war but we do see signs of its general pervasiveness.

Insomma, le sequenze iniziali nel loro accostamento, creano un contrasto stridente che ha l’unico scopo di mostrare come la distruzione ha preso il sopravvento su tutto. Lo stesso Nichols in Reality, ribadisce questo concetto:

These images serve to support the argument that the war has taken a severe toll on the normal patterns of village life (the church has been bombed). The images fall into the general category of examples of the devastation of war, especially of the damage caused to nonmilitary or civilian targets.

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Su queste stesse immagini di distruzione, di campi devastati, di alberi bruciati, il commento sottolinea ironicamente (quasi in modo sarcastico) come in tempi normali si presenta la valle, della quale vengono rimarcate la bellezza e la fertilità del suo terreno:

. durante i mesi invernali le cime si ammantano di neve; la vallata è coperta di oliveti e vigneti che producono un vino famoso, mentre i campi sono coltivati a grano e a frumento; di solito il raccolto è abbondante, ma quest’anno la condizioni atmosferiche non sono state favorevoli: la vendemmia è andata male e il raccolto delle olive è stato scarso. Molti campi sembrano addirittura abbandonati.

Il sarcasmo amaro delle prime scene viene, del resto, evidenziato anche da Lance Bertleson:

Documentary beginning with the dark ironies of ravaged agricultural landscape and a sardonic voice-over, huston leavens conventional heroic scenes and phrasing with bleak images of destruction, bad weather, and frightened human beings. (dalla pagina web "Texans at San Pietro").

Il tono ironico del commento viene ripreso alla fine del documentario quando, in antitesi con le sequenze iniziali, sulle immagini di campi nuovamente arati, di contadini che con l’aiuto dei buoi riprendono a lavorare, viene detto:

. nelle nostre retrovie a sud ovest verso il mare, nei campi germogliavano il grano e l’avena seminati dopo il nostro passaggio da uomini liberi che hanno conosciuto l’orrore della guerra. Ora, anche i campi attorno a San Pietro vengono arati e preparati per la semina; quest’anno, a quanto pare, il raccolto dovrebbe essere abbondante.

Per sottolineare la devastazione della guerra la narrazione non ricorre solo all’ironia, ma usa anche un tono sobrio, essenziale e diretto: ad esempio, sulle immagini del paese di San Pietro ridotto in rovine, viene semplicemente detto:

Il villaggio situato all’inizio della valle del Liri da più di settecento anni, da il benvenuto a chi si dirige verso nord; la chiesa intitolata a San Michele, aveva un bel presbiterio finemente decorato. Aveva perché la guerra lo ha ridotto così.

Sobrio è anche il commento riguardante la fanteria: un esempio si ha quando sulle immagini dei soldati che si incamminano verso le montagne difese strenuamente dai tedeschi, il commento recita:

... da lì (dalle cime dei monti) né il fuoco della nostra artiglieria, né i bombardamenti aerei erano riusciti a stanarli. Ci riuscì la fanteria usando le uniche armi con cui si può spegnere una vita nelle trincee, nelle caverne scavate nei fianchi di una montagna, in un cunicolo. Tutte le nostre forze di terra, di mare ed aeree servono solo a spianare la strada ai nostri fanti, che si incontreranno in un faccia a faccia con un nemico deciso a vendere cara la pelle, trincerato in un terreno cosparso di micidiali mine antiuomo che esplodono se appena sfiorate.

Il tono aumenta, diventando di sincera ammirazione (ma non di esaltazione) quando l’attenzione si sofferma su un gruppo specifico della fanteria: i ragazzi del 143°. Su i primi piani di questi soldati, il commento sottolinea il valore di questo stesso reggimento:

Il 143° dallo sbarco di Salerno era quasi sempre impegnato in prima linea, operando in condizioni atmosferiche molto spesso proibitive. A Salerno e sul Volturno in seguito, aveva subito perdite molto pesanti. Ora gli veniva chiesto un tributo di sangue non meno gravoso, ma gli uomini del reggimento affrontarono con eguale coraggio la battaglia.

Il coraggio di questi stessi uomini viene sottolineato quando sulle immagini del conflitto in corso, nonostante che il comando alleato non fosse più convinto di portare a termine positivamente le operazioni, il commento (senza alcuna retorica) recita:

. in un disperato tentativo di spezzare la linea di difesa tedesca, pattuglie di volontari si buttarono sui bunker per ridurre i tedeschi al silenzio: nessuno di loro tornò più indietro. Rimasero tutti sul terreno, falciati dal fuoco incrociato delle mitragliatrici.

Nella versione tagliata del documentario (la versione, cioè, distribuita in commercio) John Huston volle, a differenza di quella originaria, sottolineare l’importanza della vita degli uomini che combatterono al suo fianco a San Pietro (oltre che manifestare loro il suo rispetto) attraverso una tecnica particolare: non riprenderli mai in faccia, una volta morti. Si vedono, infatti, soldati americani uccisi con i volti nascosti o al massimo ripresi di profilo, oppure, altri ragazzi (sempre statunitensi) ripresi, quando vengono messi nei sacchi per la sepoltura. Ciò che interessa al regista in questa seconda versione, non è tanto sottolineare l'aspetto crudo e realistico della guerra, quanto ricordare gli uomini sopra menzionati per il valore e le gesta dimostrati in vita. Huston con la sua cinepresa testimonia e registra la morte dei ragazzi americani senza scendere in particolari estetici, che (otre che a problemi di censura, dovuti a immagini che avrebbero visto anche i familiari) sposterebbero troppo l’attenzione dello spettatore da ciò che il regista stesso realmente vuole: porre l’accento, nonostante la tragedia, sulla vita di giovani che come dice il commento furono

. indimenticabili per i loro amici, per le loro famiglie, per coloro che ne aspettavano il ritorno a casa.

Sulle immagini dei soldati americani uccisi, il commento diventa sempre più scarno, le parole perdono importanza fino a lasciare il posto alla musica, come nobile forma di rispetto. Il regista, insomma, conosce i soldati con i quali andò al fronte, sa l’importanza che le loro vite rivestirono per lui, per i loro cari, per la guerra, e l’amicizia e la stima che lo legavano a loro gli suggeriscono di ricordarli più da vivi che da morti. La stessa cosa evidentemente non vale per i tedeschi morti, che invece vengono filmati (anche nei volti), non per mancanza di rispetto ma perché, verso di loro non c’era né un problema di censura (i soldati americani morti riconoscibili, avrebbero suscitato negli USA uno scandalo enorme, sicuramente maggiore alle riprese dei soldati tedeschi uccisi) né un carico emotivo e affettivo, come quello nutrito dal regista verso i propri commilitoni; Bill Nichols spiega questo concetto così:

"The battle of San Pietro" has a perspective embedded in the editing and music that places a much higher premium on the loss of Allied lives than Axis ones: we see dead american bodies from angles that hide or obscure their faces; with German soldiers we do not see their faces while they are alive, but we do see close – ups of them when they are dead.

Il giornalista americano Midge Mackenzie, che ha intervistato Huston due volte nel corso degli anni '80, ha in seguito scritto per il New York Times:

The battle of San Pietro stands alone in the history of documentary filmmaking. Presenting the battle in the Liri Valley as costly continuing campaign rather than in retrospect as a strategic victory, it is the only complete record of an infantry battle (dalla pagina web "San Pietro: capturing the face of War").

Al di là di ogni giudizio estetico, ciò che a mio avviso rende questo documentario, non so se più importante ma certamente più interessante di altri analoghi film di guerra, è lo spirito del regista che lo ha creato, il cui rigore morale lo ha spinto ad andare contro ogni logica politica e commerciale di Hollywood senza scendere a compromessi ma testimoniando ciò che in quel momento il suo istinto gli dettava.

Il documentario inedito

A proposito della versione integrale del documentario, Huston nella sua autobiografia scrisse:

Tenendo conto dell'effetto emotivo che questo avrebbe avuto sulle famiglie di quegli uomini, e anche di come il pubblico americano di allora poteva reagire alla cosa, decidemmo successivamente di non includere questo materiale.

Il suo augurio, però, fu quello che le generazioni successive potessero vedere ciò che all'epoca era stato proibito. Infatti, nel suo stesso libro, egli dichiara:

. la generazione di adesso potrebbe sopportare questo materiale: è ormai assuefatta a tutto.

Tuttavia, se la versione tagliata cominciò a circolare subito dopo la guerra, quella integrale appare tutt'oggi introvabile: alcune persone, come il professor Lance Bertleson, sostengono addirittura che sia scomparsa:

The San Pietro available today is thus the softened up version of Huston's original film which seems to have disappered (dalla pagina web "Texans at San Pietro").

Nonostante tutto, in una videocassetta edita dalla VideoRai per la collana Combat film sono stati recuperati i filmati integrali così come furono girati dai cameramen che lavorarono con Huston. Questi filmati contengono tutte le scene che vennero fatte tagliare da Marshall. Sostanzialmente i tagli richiesti dal generale furono di due tipi: il primo togliere tutti gli americani morti riconoscibili e il secondo ridurre a pochi minuti le inquadrature con i civili italiani che evidentemente Marshall non riteneva importanti dal punto di vista dell'informazione militare. Le sequenze che all'epoca vennero tagliate, non aggiungono (dal punto di vista del contenuto) nulla di più che non fosse già contenuto nella versione tagliata: focalizzano ed evidenziano meglio, semai, alcuni temi cari a Huston come ad esempio il coraggio e la dedizione al lavoro dei sanpietresi, il ritorno alla vita rappresentato dalla felicità spensierata dei bambini, la condizione di fame e miseria del momento. A quest'ultimo proposito, Huston coglie con la sua cinepresa un particolare significativo: la buccia di una patata non viene buttata via, bensì è la prima cosa mangiata da una bambina.

Sull'altro versante, le scene più crude sono quelle che si riferiscono al seppellimento dei soldati americani, quelle stesse che Huston aveva tolto dalla versione originale, sovrapponendo alle immagini dei soldati morti la voce degli stessi intervistati prima di morire.

San Pietro Infine oggi

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Subito dopo la guerra San Pietro attraversò un periodo buio, dominato dalla miseria e da problemi di vario genere, soprattutto igienico-sanitari, con epidemie di malaria. A seguito di questo vi fu un'ondata di emigrazione verso l'estero il cui flusso è andato rallentando solo con gli anni. Attualmente più di duemila sanpietresi vivono in Canada e negli Stati Uniti (Zambardi 22). Con una popolazione di poco più di mille abitanti, il comune di San Pietro Infine oggi rappresenta il simbolo della capacità umana di ricostruire la propria identità storica dopo la distruzione: il paese, infatti, rappresenta forse l'unico caso al mondo di villaggio distrutto dalla guerra e rimasto così com'era, perché totalmente ricostruito più a valle a differenza di altri paesi o città ricostruiti sulle macerie. Come scrive Michael Haskew, il paese di San Pietro Infine demolito durante la guerra fu lasciato lì come silenziosa memoria della battaglia che vi ebbe luogo mentre il nuovo paese sorgeva più a valle:

. the town of San Pietro was eventually rebuilt some distance away from its original location. The demolished building were left where they stood. They are still visible today, a mute memorial to the struggle that took place (dalla pagina web "San Pietro: capturing the face of war").

Nonostante la costruzione del nuovo centro, ho potuto personalmente constatare il grande rispetto dei sanpietresi verso il vecchio borgo che custodisce, del resto, una memoria storica importante che neanche le bombe possono cancellare: voglio ricordare, infatti, che le origini del borgo sono antichissime risalenti, addirittura, all'epoca sannitica; in seguito si sono avvicendate nel corso dei secoli varie culture da quella romana a quella angioina. La devozione dei sanpietresi verso il vecchio borgo è testimoniata, ad esempio, dall'articolo che Maurizio Zambardi ha pubblicato il 13 Dicembre 2000 sul quotidiano Il Mattino di Caserta intitolato Luce sulle pietre bianche:

È stato definito "la Pompei dei giorni nostri", è stato chiamato "il paese fantasma", o anche "il paese fatto a scale" oppure "il paese dalle pietre bianche", ed in tanti altri modi ancora, tutti scaturiti dalle diverse sensazioni, e sono molte, che si generano nell'animo di chi lo visita. Stiamo parlando del vecchio centro di San Pietro Infine, una perla tra i gioielli della Campania. Nessuno più, o quasi, vi abita, poiché il paese, distrutto completamente dalla furia devastatrice della Seconda Guerra Mondiale, è stato ricostruito di sana pianta più a valle.

Designato Monumento Mondiale della pace nel 1998, è forse l'unica testimonianza al mondo ancora visibile, e quindi anche monito per i popoli, di ciò che la guerra comporta. In questi giorni il vecchio paese, caduto nell'oblio del tempo è stato risvegliato dal suo comatoso letargo. Infatti, se pur ferito mortalmente, il paese non è mai morto davvero. Mercoledì 13 Dicembre scorso, proprio nel giorno di Santa Lucia, è stata inaugurata l'illuminazione artistica dei ruderi del paese vecchio. Significativo è il fatto che San Pietro Infine rappresenti il primo paese in quest'area ad essere illuminato. Un'illuminazione unica nel suo genere, visto che la scelta è motivata oltre all'indubbio valore storico artistico anche dall'alta valenza simbolica. Il sindaco Bernardo Pirollo, con un toccante intervento, e mentre su uno schermo scorrevano silenziose le immagini della distruzione del paese, ha ribadito ancora una volta l'importanza che ha San Pietro Infine, non solo nella Campania ma in tutto il mondo.

Oltre poi a rinnovare l'impegno che il paese venga a far parte dell'Unesco, in quanto patrimonio mondiale dell'umanità, ha elencato una serie di iniziative tra cui la più interessante è apparsa quella di istituire annualmente nel paese una rassegna internazionale del cinema di guerra. Quale luogo sarebbe più adatto? Ricordiamo, infatti, che oltre al documentario di cui abbiamo trattato, sulle rovine di San Pietro Infine sono state girate anche alcune scene del film di Mario Monicelli La grande guerra con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Tra le varie parti illuminate risaltava all'occhio quella che era la chiesa principale del paese, cioè, San Michele Arcangelo. Nel volto dei sanpietresi accorsi in piazza per l'occasione si leggeva una commozione tradita anche dal luccichio dei loro occhi bagnati da lacrime.

Chi va oggi a visitare il vecchio centro di San Pietro Infine può provare concretamente la sensazione di inquietudine che il luogo, nel quale il tempo si è come fermato, trasmette: la bellezza del posto, infatti, contrasta con gli effetti devastanti della guerra, mentre l'atmosfera del paese, circondata dal silenzio, parla molto più di tante parole o libri di storia.

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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